Perez.

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 “Il tuo problema è che hai sempre pensato che ci fossero delle
regole. Non ce ne sono.” 

Perez.
(di Edoardo De Angelis, Ita 2014)
**

E

doardo De Angelis deve essere un bel tipo, prima che un bravo regista. Altrimenti non avrei “pescato” questa frase da un cult dei Coen.°

Intanto la sua opera prima, Mozzarella Stories, oltre ad aver avuto l’appoggio e il plauso di un certo Emir Kusturica, è la più simpatica e riuscita commedia malavitosa dei giorni nostri, ambientata al Sud.

In più, questo giovane autore, sembra possedere un gusto per il Cinema di Genere, che personalmente me lo rende simpatico a prescindere. Corroborato dalla scelta di talentuosissimi attori, perlopiù campani.

Ad esempio, Toni Laudadio, Gianpaolo Fabrizio (finalmente libero di esprimere le sue qualità), e Massimiliano Gallo (in crescita esponenziale), compongono sovente i suoi cast.

Perez., è il suo secondo lungometraggio. Se fossimo stati nella Francia di qualche anno fa, avremmo parlato di “polar”, un poliziesco noir.

Ma, trovandoci nel 2014, a Napoli, nel Centro Direzionale di Kenzō Tange, il quartiere più surreale e livido di questa città che Croce definiva un paradiso abitato da diavoli, la storia assume un contorno soggettivo.

Ci sono tanti spunti in questo racconto. A cominciare dal mondo degli avvocati penalisti. Quelli come il protagonista che dà il titolo al film, che hanno a che fare con i camorristi. Clienti che per usare un eufemismo, non si lasciano affascinare dalla toga.

Anzi, ti possono dare pure “consigli” di vita (“ti fai un mazzo così, ma non torna mai niente indietro”) o sentenze (“la vostra parola non conta un cazzo, la mia si”). Buglione non scherza quando parla a bassa voce.

E poi, c’è il rapporto tra padri e femmine. Un uomo può fare con la figlia l’errore di scordare che è una donna. Le famiglie sono ormai composte spesso da un genitore a turno. Il confronto non è affatto semplice.

Zingaretti, l’unico non napoletano di questa vicenda, ci prova a fare il Giancarlo Giannini della situazione (si, sto alludendo a Mi manda Picone, più che a La mazzetta con Nino Manfredi). E per tre quarti di film riesce a essere dimesso al punto giusto, “sbagliando il tempo ad ogni occasione”.

Il problema è che mentre la vicenda si dipana, con una certa agilità, resa anche dagli efficaci cointerpreti Marco D’Amore (meglio al fianco di Servillo qualche anno fa, per Cupellini) e l’esordiente Simona Tabasco, lo spettatore si ritrova velocemente alla resa dei conti. Persino a un bivio.

O prende tutta questa carne messa a cuocere, la “digerisce” metabolizzandola, con tutte le tematiche esposte sopra e sotto le righe. Oppure si arena (come la sceneggiatura) in un finale da fiction televisiva.

Nel primo caso, per il quale propendo, aver visto questo film avrà avuto un senso. Bisogna conoscere, osservare, valutare, riflettere. Specie su quello che ci sta intorno.

Roberto Saviano lo definisce “impegno civile non schierato”. Ha ragione.

Così come un’altra Croce, Elena, che una volta ha detto: “A Napoli l’orgoglio, appannaggio del dominatore, non è mai considerato legittimo, ma sempre soltanto ridicolo.” °°

 

 

° “Fargo” – Joel ed Ethan Coen

°° “La patria napoletana” – Elena Croce

 

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