Miele

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“Devi leggere l’affetto e la tenerezza che ho nel cuore tra le righe e il silenzio, anche a me sono capitate cose grosse per non dire terribili, e io le ho toreate con grazia…”

Miele
(di Valeria Golino, Ita/Fra 2013)
***

È

 Garcia Lorca.

Prendo in prestito i “Sonetti dell’amore oscuro” per introdurre questo film d’esordio dell’attrice Valeria Golino (alla quale auguro, se sono così, di farne tanti altri ancora).

Mi sono venuti in mente, vedendo Jasmine Trinca (Irene), che già di suo non fa nulla per risultare simpatica, chiusa dall’inizio di questa vicenda nella propria durezza. Si apre soltanto incontrando Carlo Grimaldi/Carlo Cecchi. Che a settantacinque anni riesce a essere più sexy degli altri due protagonisti maschili, Vinicio Marchioni e Libero Di Rienzo (qui un po’ sprecati).

Lei fa un lavoro pericoloso e non legale. Ha un nome in codice (quello del titolo). “Aiuta” col suicidio assistito i malati terminali. Lo sguardo torvo che non l’abbandona dall’inizio, ha piena ragione d’essere. Come il dolore che le passa tra le mani, davanti agli occhi, nell’anima, mentre gestisce barbiturici messicani.

Ci sono certe malinconie che non se ne vanno più. Non possono quando vedi morire qualcuno. Forse anche solo per questo bisogna viverla la vita, darle importanza.

Il corto circuito che le provoca quest’uomo, la sua inquietudine senza rimedio, che non riesce a sopportare (ho citato un capolavoro, ne sono consapevole)°, non può lenirlo nessuna spiegazione logica.

Quando ascolti che “si perde interesse per ogni cosa, che tutto è talmente noioso, insignificante, che una malattia invisibile non è mica un capriccio“, scatta una molla. L’istinto di restituire quanto tolto fino ad ora, tuo malgrado.

E siccome sei pervicace più che testarda, riesci a ribaltare per sfinimento chi sicuramente in pochi si saranno messo in tasca.

La partita a scacchi che lasci sul tavolo e riprendi il giorno dopo (“l’ho stancata oggi eh? – altroché, mi ha aggredito fisicamente.” – se lo meritava…”) è tutta lì.

Perché sei fuori schema (“ci sono delle regole, ogni volta sbaglio qualcosa”). Le donne non sono tutte crocerossine, fortunatamente. Mentre le persone interessanti, a tenerle care, diventano speciali. Insegnano a esistere. Che resta sempre una possibilità.

Soprattutto rispetto al vuoto intorno, che permea, indurisce a prescindere dai guai passati. Ci si può sentire stranieri, estranei pure di se stessi (il pezzo di Christian Rainer qualcosa suggerisce).

Allora, va bene tutto. Il piercing in fondo è “un’imbecillità contemporanea senza scampo”, e l’espressione “ansia allucinante” non si può proprio sentire. Quest’ingenere è davvero un figlio di puttana.

Ma ascoltando Brassens, lascia anche l’idea che la vita sia altro rispetto a ciò che fai. La moschea di Solimano il Magnifico, non è un finale. E’ un mantra.

Ricorda una canzone di Bob Dylan.

“Possa tu sempre fare qualcosa per gli altri e lasciare che gli altri facciano qualcosa per te”. °°

 

° “La prima notte di quiete” – Valerio Zurlini

°° “Forever young” – Bob Dylan

 

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