Milano odia: la polizia non può sparare

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“Ahi!” disse il topo, “il mondo diventa ogni giorno più angusto. Prima era così ampio che avevo paura, continuavo a correre ed ero felice di vedere finalmente a sinistra e a destra in lontananza delle pareti, ma queste lunghe pareti si corrono incontro l’un l’altra così rapidamente che io sono già nell’ultima stanza, e lì, nell’angolo, c’è la trappola nella quale cadrò”. – “Devi solo cambiare la direzione della corsa”, disse il gatto e lo mangiò.”

Milano odia: la polizia non può sparare
(di Umberto Lenzi, Ita 1974)
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C

on questa (sublime) favoletta di uno scrittore ceco a caso, non posso certo descrivere questa storia di culto uscita nelle sale più di quarant’anni fa.

Magari posso dare il senso di una società come quella dei primi anni ’70 in Italia, nelle metropoli, che facevano la scoperta di un mondo crudo e crudele, dopo l’illusione del boom economico.

Era cambiata (in peggio) la società. Le tensioni, il terrorismo, la cronaca nera, avevano trasformato le città in grandi labirinti, con la polizia e i criminali a farsi la guerra come in un fumetto senza speranza. Non fu un caso che i produttori s’inventarono i generi che poi imperversarono per tutto il decennio, quali l’horror, il poliziottesco °, il poliziesco, e il noir.

Però questo film svicola dalle etichette. Ha un po’ di tutto e un po’ di niente degli stili sopra riportati. Non è neanche un ibrido, anzi. E’ magnetico e inquietante quanto il suo protagonista. L’attore straniero più talentuoso e dannato mai sbarcato nel “Bel paese”.

Siamo a Milano, c’è un balordo che vive di espedienti, vile e sfacciato. Ha paura, ma è pure incosciente oltre ogni freno. Ci troviamo nella parte meneghina più popolare. Quella di Scerbanenco che “ammazza al sabato”.

Però qui. la malavita organizzata la si sfiora soltanto. Si tocca invece, scena dopo scena la banalità del male. Quella con la quale si uccide per pochi spicci. Il mostro che non t’aspetti è sotto casa.

Poi, questo plot narrativo ha una fortuna enorme: un primo attore che lo indossa come un guanto, lo fagocita. E’ uno di quelli che hanno fatto l’Actors Studio. Che si divide (e si dividerà) tra film di Pasolini, Visconti, Bolognini, Antonioni e Bertolucci, alternandoli a tutta la “cassetta” possibile (compresi i western e le commedie).

Essere Tomas Milian, perché di lui parliamo, è uno stato della mente. Significa impersonare davvero chi interpreti. Drogandosi, ubriacandosi, persino frequentando il proprio stunt (come quando farà Nico Giraldi).

Non c’è limite alcuno, proprio come sul copione. Lo spettatore, farà fatica a distinguere il bene dal male, perché come sovente accadrà per i film dell’attore cubano, difficilmente si potrà andare oltre la sua presenza. Persino quando interpreta un personaggio spregevole come questo.

Nonostante tutta la scia di sangue sparsa, sulle note (straordinarie) di Morricone che mettono tensione al primo accordo, lo scellerato percorso dei protagonisti attira lo sguardo compulsivo dello spettatore.

Aiuta l’ironia nera (il regista non ha solo il gusto dell’azione) di questa storia, anche se non concede ammiccamenti. L’odio di chi nasce perdente, senza possibilità, sta nello sguardo di Giulio Sacchi.

Ora carnefice, ora vittima. Bello ma pure brutto. Certe cose deformano l’anima arrivando a toccare l’aspetto.

E a chi gli farà la giusta morale dicendo che è una vigliaccata vivere così, lui risponderà spavaldo che “la vigliaccata è essere nati senza soldi e senza possibilità di farli”.

Poi la cavalleria per chi ne sentisse il bisogno, arriverà tranquilli. Umberto Lenzi è uno di principio in fondo, e da qualche parte c’è uno con gli stessi studi di Milian sulla 44a, a fare il commissario (Henry Silva, per una volta “buono”) e a dire frasi che Callaghan gli invidierebbe.

Una di queste, “ma ti giuro che se ne becco uno io, invece di arrestarlo gli sparo”, prendetela sulla parola.

 

° Poliziottesco

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