Ballads

by

 

ra le cose (belle) che faccio da qualche tempo, c’è quella di collaborare con un’emittente radiofonica. Non è commerciale (in senso tecnico) come quelle in cui da ragazzo facevo lo speaker, è attiva soprattutto politicamente, si chiama Radio Vostok, sta in una bella città, Cava de’ Tirreni, all’interno del borgo cittadino, e come i ragazzi della sua esigua redazione non ama molto i fronzoli, fa informazione.

In queste sere ha festeggiato dieci anni, e per chiudere la kermesse legata all’evento forse sin troppo spartano, si è regalata un lusso: chiamare nell’ultima serata due veri artisti a chiudere la rassegna dell’anniversario, Francesco Di Bella e Alfonso “Fofò” Bruno, che insieme da quattro anni condividono Ballads, un duo acustico (che all’occorrenza si allunga a sei elementi, ma quella è un’altra storia ancora).

Non avevo il piacere di conoscerli personalmente. Intendiamoci, li ho ascoltati tante volte dal vivo; il primo con la sua band storica (i 24 Grana) ricordo d’averlo seguito per tutta la Campania dal finire degli anni ’90. Il secondo, è stata una scoperta “matura”, è un virtuoso della chitarra e non solo. Gran musicista, ama ciò che fa, non un entusiasta fine a se stesso, piuttosto uno che dà valore ai momenti che vive.

Mai passato del tempo con loro quindi, abbiamo anche tanti amici in comune, ma nessuna occasione da condividere. Prima che suonassero (tardi, i musicisti importanti chiudono sempre tardi), ho avuto l’opportunità di fare due chiacchiere con entrambi, come si fa con gli amici, passeggiando per strada e poi fermandoci davanti a una birra e qualche trancio di pizza.

Alfonso, lo accennavo, vive di musica. Il nostro appuntamento pomeridiano si è concretizzato a una fiera del disco, organizzata dalla mediateca del Marte. Vederlo in mezzo ai vinili, contento come un adolescente per gli LP acquistati, m’ha fatto pensare che quell’entusiasmo voglio mantenerlo pure io per i prossimi anni (potrebbe essere un mio fratello maggiore per età).

Sentirlo parlare del perché s’è innamorato della musica, delle due sorelle più grandi che lo hanno spinto ad apprezzarla, è stato un flashback delicato: gli anni settanta al centro della Napoli bene al parco Comola Ricci, Mario Scarpetta amico di famiglia, i Pink Floyd amati fino alla “delusione” dell’uscita di “The wall” (“un singolo da discoteca”, sentenzia), l’essere autodidatta senza aver preso lezioni da nessuno, il papà che ancora sta lì a stupirsi di leggerlo sul giornale negli spettacoli…

Vive a Massa Lubrense, è un fiume in piena, non ammette repliche, puoi non essere d’accordo con lui, ma devi riconoscergli un garbo non comune, da gigante gentile (citazione seventies, gli piacerà). Ha suonato nei Songs For Ulan, anche se il suo proscenio preferito resta il Wine Bar di Sant’Agnello, tra i suoi affetti, alle porte di Sorrento. Ha avuto un pensiero per la sua donna influenzata (che altrimenti lo segue il più delle volte ai concerti) e un’attenzione per ogni persona incontrata che lo ha salutato.

Francesco è il napoletano che voglio essere. E’ essenziale, asciutto e carnale allo stesso tempo, ha una napoletanità silenziosa, teatrale (nel senso più nobile), avrebbe potuto fare l’attore. La dignità si legge nelle espressioni, negli occhi timidi e svegli assieme, parla del disco che sta preparando e mi osserva con simpatia, dice che non mi ha inquadrato bene, ho un fare “artistico”, ma non mi “colloca”. Sarà che al tavolo ci ha raggiunto, dopo una telefonata del tutto casuale, la mia editrice, Anna. Ora sa che sto scrivendo di cinema, mi chiede anche perché non fondo una radio mia, e io rido. Mi piacerebbe, sapessi solo da dove si comincia.

Lui da queste parti ci ha abitato, Dragonea, una frazione di Vietri sul Mare dalla quale Cava la vedi tutta. Adesso sta a Salerno, nel centro antico, è la città della ragazza di sempre, l’ha conosciuta all’Officina 99 un po’ di anni fa, il 1° Ottobre (lo dice con un sorriso), una data che ha un po’ di magia, perché ritorna per la nascita dei propri bimbi.

Così, dal quartiere Arenella dov’è cresciuto, riflette, si è ritrovato in un altro capoluogo. Gli faccio i complimenti per “L’alba”, un pezzo relativamente recente che per me è già un classico, una dichiarazione d’amore per la città del Vesuvio che amo quanto lui. Con l’arrangiamento country che sembra fatto apposta, la tengo dentro la testa. L’altra settimana al Maschio Angioino, l’hanno riproposta alla rassegna in omaggio a De Andrè, rubando la scena a colleghi più navigati. Mi ha colpito quando Dori Ghezzi ha voluto fare loro i complimenti.

Stiamo per avviarci al palco, abbiamo parlato di birre artigianali, qualcuna ce la siamo anche smezzata, da tifoso azzurro mi consola sportivamente per l’imbarcata che sta prendendo la mia Inter, sotto 3-0 dopo venti minuti, mentre sbircio nervoso la tv del locale; mi dice che è un fatto di empatia, io, che te lo dico a fare, penso sia soprattutto sensibilità e apprezzo molto.

Nel frattempo, stanno finendo di suonare i Red Riot, il gruppo metal che apre per loro. Sono bravi, li ho avuti in radio per una puntata pilota con me l’inverno scorso, il programma non è andato più in onda, ma m’è rimasta una simpatia affettuosa, hanno anche una batterista donna.

M’arrangio a fare da presentatore per annunciare la staffetta. Alle mie spalle, i due si preoccupano di fare complimenti sinceri ai giovani che li hanno appena preceduti intanto che questi, un po’ emozionati, sbaraccano alla chetichella. Nessuna maniera, né mestiere nei gesti, è stile di chi sa davvero campare.

Francesco tra un pezzo e l’altro, dice testuale che le “parole ci nascono sotto ai piedi, perché tutti facciamo una vita difficile più o meno”, a suggerire che senza solidarietà tra i cristiani non si va molto lontano. La versione molto intima di “Tammurriata nera” (con delucidazione sul testo, e sfumato a cantare di entrambi alla Simon & Garfunkel) tra le ultime canzoni in scaletta, è il naturale approdo per ribadire il concetto che siamo tutti migranti e scappiamo da qualcosa.

Scivolato tra le persone che cantano, non resta che godermi un’oretta e mezza buona che vola. Col telefonino faccio qualche foto che verrà male, pensieri da conservare per serate meno belle di questa. L’autunno è alle porte, ho un altro frammento di vita da ricordare.

ph © Mia Di Domenico

 

 

No Comments Yet.

What do you think?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.