La doppia ora

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 “Non essere giù perché la tua donna ti ha lasciato: ne troverai un’altra e ti lascerà anche quella.”

 La doppia ora
(di Giuseppe Capotondi, Ita 2009)
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cco, grazie a un poeta americano di origini crucche, sottilmente spoilero (è un neologismo orrendo, lo so, deriva da to spoil, “rovinare” e questa precisazione non assolve la mia povera coscienza) la trama di questa storia.

Perché questa affermazione del vecchio Hank contenuta in un romanzo del ’75 °, ci starebbe tutta come incipit. Almeno per quanto concerne il protagonista maschile di questa vicenda controversa (Filippo Timi, intenso e profondo quanto la sua voce).

Ci sono dei film che almeno per me, hanno una specie di magia, non c’è sempre una spiegazione. Questo ad esempio, mi piace particolarmente. Sia per l’interpretazione misurata dei due protagonisti (quello femminile è un’enigmatica Ksenia Rappoport, Coppa Volpi a Venezia), sia per l’eterogeneità degli spunti che accende senza abbandonarne nessuno per strada. Anzi.

Inizia come un giallo, e prosegue come un thriller (psicologico). Sviluppa e suggerisce le pieghe di ciò che potrebbe essere e essere stato.

Io invece, ogni volta che lo rivedo ci leggo “semplicemente” una storia d’amore. Di quelle che ti fai male. Ma che ti fanno essere vivo però. In questa vita che vivo ci sei poche volte. E pure a intermittenza.

Quella stessa esistenza che fa economia di scena quando crede. Poi ti mette di fronte a certe cose che a immaginarle usciresti pazzo.

Specie se sei un tipo silenzioso, che osserva e parla con gli occhi. E di mestiere ascolt(av)i gli altri come Gene Hackman ne “La Conversazione” di Coppola.

Si, poi c’è anche lei, Sonia. Che un po’ di sfiga se la porta addosso. Con l’ambiguità di chi si guarda sempre alle spalle. Beccare uno che finalmente ti piace al momento sbagliato, come legge di Murphy vuole, qualcosa vorrà dire.

Ma io sono un maschio, e quest’ultima considerazione la faccio a bassa voce. Tra i denti aggiungo sommessamente solo altre due cose:

1) A parte tutti i pregi che ho elencato, ci sta qualcosa di non risolto che non voglio trovare. Perché come spiegavo, sono di parte. Magari questo regista marchigiano di videoclip d’alto livello, Capotondi, era alla sua prima opera (per il momento ancora unica). Coi comprimari intorno alla storia troppo caricaturali (tranne Gaetano Bruno che come “cattivo” è sempre perfetto) per aiutarlo a fondo;

2) Il senso del tutto, lo trovi nella canzone di Robert Smith che accompagna quest’ora e mezza torinese. Basta alzare finalmente il volume: “Come back, don’t walk away, come back, why can’t you see, come back to me. And I know I was wrong, when I said it was true, that it couldn’t be me and be her, in between without you.

Un pezzo bello e triste assai. Pessoa direbbe quanto una strada stretta quando piove. °°

 

 

° Factotum – Charles Bukowski

°° “Ricordo bene il suo sguardo” – Fernando Pessoa

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