Un amore di gioventù

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“E se non lo trovo non importa. Preferisco la libertà di rimanere per sempre a cercarlo che l’orrore di sapere che non esiste un altro che io possa amare come ne ho amato solo uno in questa vita. Sai chi? Te, stronzo.”

 

Un amore di gioventù
(di Mia Hansen-Løve, Fra/Ger 2011)
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C

osì scriveva, poco più di una ventina d’anni fa, in un bel testo teatrale, un certo Gabriel Garcia Marquez dal dipartimento della Magdalena. L’oggetto in questione, per chi avesse un momentaneo attacco di insensibilità, è un (nuovo) amore.

Mia Hansen-Løve, la giovane regista di questo film (qui al suo terzo lavoro), ha le idee chiare come lo scrittore colombiano sopracitato. Niente drammi, ma pura quotidianità.

Nella vita reale, quando si soffre per i sentimenti, non c’è nessuna musica come al cinema ad accompagnarci. Il dolore, gli strascichi che ne derivano, si portano addosso, magari cercando di non rompere le scatole a chi sta attorno. Perché come spesso ci si sente dire al riguardo, i problemi da affrontare sono ben altri.

Però, come suggerisce questa storia (che viene dopo tante altre, ça va sans dire), l’amore non scherza. Ha un fondo di disperazione, può diventare come un germe che intacca il nostro corpo, intossicandolo senza possibilità di cura.
I due protagonisti, Camille e Sullivan, opposti nella concezione dell’amore e della reciproca dipendenza, fanno da cartina di tornasole a tutte le storie del passato e del presente.

“Mi piacerebbe che riuscissimo a non dipendere troppo l’uno dall’altro. Ho paura divenga troppo difficile dopo. Non ti rendi conto di quanto sia difficile addormentarmi senza di te, svegliarmi senza vedere il tuo viso” dice uno dei due all’altro.

Magari a sentenziare è proprio quello più attaccato alla libertà, ai progetti personali, convinto di dover partire per “fare qualcosa di costruttivo, per lavorare, per imparare qualcosa di nuovo, per diventare una persona vera”.

Sarà sempre quello che inevitabilmente concluderà con: “Ti lascio perchè è troppo tardi o forse troppo presto per ricominciare.” Avete presente una canzone che fa: “ti do le stesse possibilità di neve al centro dell’inferno, ti va?”. Ecco, un assunto migliore non lo troverete da nessun’altra parte.

Niente paura però, dopo che il tempo passa, come accade anche per i comuni mortali, queste diverse architetture dell’amore continu(er)an(n)o a esistere, radicalizzandosi. Perché intanto ci si continua a sentire in qualche modo. Sarà per l’egoismo del primo, la debolezza del secondo, ma ci si continua a sentire in qualche modo. E se non sarà tramite delle lettere (c’è ancora chi ne scrive?), ci si potrà accontentare dei messaggi di un banale cellulare.

Certo, arriveranno anche i consigli di chi incontri successivamente, a suggerirti che “la vita non sarà mai come la immagini, solo tu puoi trasformarla facendola diventare qualcosa di profondo, di vero, per diventare te stesso”. Ma serviranno sul serio?

Per chi apprezza il cinema francese d’annata, qui c’è pane per i suoi denti. Niente scene madri, al limite silenzi. Dettagli di un giorno qualunque. Movimento e stasi, l’essenza delle emozioni.

Siamo per intenderci, dalle parti di Garrel (padre), di Eustache, di Rohmer. Poi, a parte tutto, se davvero ti passano dieci anni addosso (bastano anche meno, sia chiaro), paralizzandoti prima di trovare una via di fuga, tranquillo: sei in ottima compagnia più di quanto tu creda.

Come suggerisce la deliziosa canzone del finale, cantata da Johnny Flynn e Laura Marling, “ci sono momenti in cui si può sprofondare nella propria pelle e nelle proprie ossa”. Quindi, se vedete volare un cappello su un fiume, non chiedetevi: “quando riuscirò a liberarmi di questo amore?

Sarebbe tutta dolcezza che finisce in pasto ai vermi.

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