Pulp Fiction

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“Figlio di puttana, l’uomo è nato per conquistare a fatica ogni centimetro di terreno. Nato per lottare, nato per morire.”

Pulp Fiction
(di Quentin Tarantino, USA 1994)
****

V

ent’anni fa queste parole le trovavi scritte nell’ultimo libro di Bukowski. Un romanzo, uscito poco prima che morisse, con un titolo secco: “Pulp”.

Pulp come pulp magazine (o pulp fiction), le riviste che costavano poco, anticipatrici dei fumetti, coi loro contenuti sfacciati, violenti, sexy (a volte anche osceni), stampati su carta scadente.

Sempre vent’anni fa, dopo qualche mese, uno che si chiama Clint Eastwood, trovandosi a presiedere la giuria di Cannes, disse a un trentenne di Knoxville: “Hey ragazzo, hai vinto la Palma d’Oro col tuo film”. Quel trentenne era Quentin Tarantino, il film era “Pulp Fiction”.

Sarà stato un caso!? Chissà… Intanto, qualche mese successivo ancora, lo stesso giovane regista, acchittato per la notte degli Oscar, nonostante le 7 nomination, portava a casa solo il premio per la sceneggiatura originale (insieme a Roger Avary).

La sua dichiarazione al momento della premiazione, presagiva un anticonformismo che avremmo imparato tutti a conoscere: “Grazie, adesso vado a fare la pipì, tanto so che non vinceremo nessun altro premio”’.

La vita, si sa, ha la sua economia di scena. Dentro ci trovi ironia, un nonsoché di sadico, il dolce e l’amaro. La modalità può essere random, quella dipende dal destino. Ma per tutti, più passa il tempo, più somiglia a una commedia nera. C’è ben poco da fare.

Pulp Fiction è la commedia nera per antonomasia, diventata ormai un archetipo. Persino il Time sottolinea le somiglianze con altri cult venuti molto dopo. La serie tv di grande successo “Breaking Bad” è l’ultimo esempio. °

Poi, certo, c’è il bollino impegnativo del divieto ai minori di 18 (declassato poi ai 14), l’American Film Institute che lo inserisce tra i primi dieci gangster movie di tutti i tempi, il cast di star dalla faccia vissuta.

Con John Travolta, Bruce Willis, Uma Thurman, Harvey Keitel, Samuel Lee Jackson (la scena finale dove cita Ezechiele, è una lezione di semiotica), Tim Roth. Però, resta una commedia.

Perché vivere è un incastro, un intreccio che va scardinato. La presa per il culo è sempre dietro l’angolo. Prendi Steve Buscemi: ne “Le Iene” non vuol dare la mancia alla cameriera, qui invece il cameriere è lui e si becca pure Buddy Holly come nome.

Ecco spiegato il motivo per cui non devi prenderti sul serio. Puoi ridere e morire nello stesso giorno. E’ tutto un dettaglio. Specie quando cominci a correre giù per la discesa. Non ha importanza che tutto parta ( e magari finisca) in un autogrill. Il prima e il dopo. Quel che conta è che tu corra nel durante.

Niente smancerie, niente ”pompini a vicenda”. Un massaggio ai piedi può costarti quanto una scopata. Soprattutto se lo fai alla donna di uno che conosci.

Ha ragione Vincent Vega (di uno coi capelli lunghi e l’orecchino in bella mostra, mi fido): “è lo stesso fottuto campo da gioco”, bisogna saper campare.

In fondo, a pensarci, se balli bene una volta, poi balli bene tutta la vita.

 

 

° See All The Ways Breaking Bad Was Inspired By Pulp Fiction

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