Allacciate le cinture

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“A mano a mano mi perdi e ti perdo, e quello che è stato mi sembra più assurdo di quando la notte eri sempre più vera e non come adesso nei sabato sera”

Allacciate le cinture
(di Ferzan Özpetek, Ita 2014)

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S

e metti Rino Gaetano a cantare Cocciante (quello straziante degli anni ’70) sopra una storia d’amore ai tempi in cui non c’erano social e i telefonini servivano solo a telefonare, le cinture vanno allacciate sul serio.

A una condizione. Devi avere dei sentimenti. Forti, possibilmente.

La sensibilità che da qualche parte sta nascosta va tirata fuori, non hai grandi alternative. Perché questo film, forse neppure il più riuscito di Ferzan Ozpetek, ti mette a pensare. Maledettamente.

Va a ritroso come il trailer (davvero intenso) che lo annunciava. Va a ritroso come spesso fanno i pensieri. La memoria conta, non è nostalgia fine a se stessa. I ricordi non li puoi cancellare a comando.

Io per esempio due anni fa, gli spettatori uscire dalla sala intontiti, persino due miei cari amici un po’ provati e confusi, li tengo davanti agli occhi.

Una sensazione che mi riportava a “Saturno contro”, un altro spaccato dell’autore in questione che sembrava avere un pezzo mancante, intanto che restavo incollato alla poltrona del Filangieri di Napoli.

In fondo, questo regista di Istanbul, più italiano di me ormai, fa come i centravanti delle squadre di calcio. Sbaglia qualche gol, ma non perde la calma. Lo spunto alla fine lo trova, la partita finisce per risolverla lui. Agli attaccanti nessuno fa notare le occasioni perse quando segnano.

La stessa esistenza, la possibilità di morire, il lato grottesco e divertente assieme di campare stanno lì. Serve pazienza per mescolare gli ingredienti.

Tanto lo sai che il tempo ti corrode, ti appesantisce fuori e dentro. E la vita è troppo puttana per non approfittare della tua fragilità, delle circostanze.

Amare rimane una cosa di pancia. La testa arriva dopo, non va d’accordo con la concretezza. Specie se hai progetti al posto dei sogni.

L’amore è adesso che stai sulle scale a fissarla senza che se ne accorga, che lo vedi sulla sedia dormire e ti fai scoprire mentre alza lo sguardo.

E’ prendere coraggio e avvicinarti anche quando ti guarda storto, e tu patetico, bevi una birra come fosse l’ultima. E’ seguirlo senza una logica tradendo prima te e poi gli altri intorno. “Se non ti prendi qualche rischio non riesci a realizzare niente” ha detto qualcuno a casa tua.

L’amore, già. Di quando hai vent’anni, trenta, e di quando lo sa Dio che diventi.

Questo racconto può permettersi il tema musicale (melenso) alla “Love Story”, l’ennesima riproposizione di famiglia allargata con recitazione corale, l’amico gay che fa l’amico gay, la Minaccioni che tanto per cambiare fa la sfigata, le scenette della Signoris e della Sofia Ricci, brave quanto vuoi, e pure antipatiche come poche.

Può permetterselo, c’è sostanza. In mezzo a qualche buco narrativo (capire veramente il legame di Antonio e Elena, è un atto di fiducia) ci stanno attori del cinema italiano contemporaneo (che se non la butta in caciara, non se la passa affatto male) scelti bene.

Sono bravi, hanno belle facce la Crescentini (certe volte richiama Virna Lisi), la Smutniak (Nastro d’Argento meritato), Francesco Scianna, la Michelini, Scicchitano, Luisa Ranieri (vaiassa e sensuale come di rado le danno modo di essere).

Persino la scelta (pop) di affidare il ruolo di protagonista maschile a Francesco Arca non è balzana: al netto del physique du rôle, della Transalp, del giubbotto di pelle, ha saputo fare il “pezzo di carne”, mostrando il margine assai labile che passa dall’essere ombroso e attraente, a cazzone imbolsito di paese.

Ozpetek per questo mi piace (uno che comincia come assistente di Troisi in“Scusate il ritardo”, mi sarebbe già stato simpatico, lo ammetto) °. Mi rammenta che per portarti al mare non servono chiacchiere e che un uomo non deve mai diventare figlio della propria donna.

Che sarebbe bello ricominciare da quella volta quando c’hanno tagliato la strada con la Jeep, e che le cose vanno fatte finché sei in tempo. “Perché a una certa età devi farti una domanda fondamentale: quanto ti resta da vivere”.

Il suggerimento arriva semplice, subliminale. E’ una voce che sussurra non-pensare-che-tutto-sia-eterno. I soldi, la crisi, le incazzature, i tradimenti, le certezze di un mondo che s’è sfaldato, vanno in secondo piano.

Meglio riavvolgere il nastro come il trailer di prima. Come si faceva una volta con le musicassette utilizzando la penna, oppure premendo il rewind del videoregistratore. Non bastavano pochi secondi, il passato dovevi riannodarlo fisicamente, sentirlo scorrere tra le mani, tra le dita.

E visto che ci sei, fallo adesso che sei giovane, come facevano i tuoi genitori, i tuoi nonni. Non aspettare chi non t’aspetta.

Quel cantante di Crotone, la canzone che non era sua, l’ha cantata una sola volta dal vivo: nel pubblico aveva visto la sua ex, e lei a quel punto ha lasciato il concerto. °°

Lecce, la Puglia, il Salento fanno il resto. Niente pizzica e folklore. Piove pure là d’inverno, mentre la gente si stringe sotto le pensiline incastrando il destino, e io e te stiamo per conoscerci.

Riaccendo la radio, il pezzo che fa da colonna sonora sta finendo, la voce roca è un misto di rabbia e dolcezza: 

“Ma dammi la mano e torna vicino può nascere un fiore nel nostro giardino, che neanche l’inverno potrà mai gelare, può crescere un fiore da questo mio amore per te”

Quelli che credono alle storie con un inizio e una fine, sbagliano. Dimenticano. Perdono ciò che succede durante. Il meglio.

 

 

° “Ferzan Özpetek: il cinema come vita” di Ginevra Amadio

°° “Conferenza stampa col cast” di Stefano Lo Verme

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