Annie Hall

by

“Perché tutto questo dolore? A te sembra giusto? A me no. Io mi devo difendere”.

Annie Hall
(di Woody Allen, Usa, 1977)
****

L

o so. Michele Apicella, nel film di Moretti per eccellenza, rifiuta la corte di Laura Morante.
Perché è pazzo.

Del resto, qualcuno che scoperchia la botola, ti tira fuori dal torpore sentimentale, e dopo la richiude (lasciandoti peggio di quanto stavi prima) sta sempre lì. Dietro l’angolo. Alvy Singer, il protagonista maschile di questo “Annie Hall”, invece non si difende affatto. Perfetta cartina di tornasole di un uomo egocentrico il giusto. Brillante a suo modo. Con le proprie paure, i personali fallimenti. Non che gli butti male, sia chiaro. Né con le donne, né col lavoro. La vita gli piace. Basta viverla per quella che è.

Però, quando da quell’angolo famigerato spunta chi ti somiglia più di quanto tu voglia ammettere, mantenendo diversità che non colmeresti vivendoci assieme cent’anni, la partita si complica.  Dannatamente. La prima mano sarà tua. Come un tennista di mestiere, l’altra parte ti concederà i primi giochi del set post riscaldamento. Tu farai il pavone. Pensando che col tempo l’esperienza t’ha levigato. Non hai capito un bel niente. Se ci resti sotto, rischi uno stillicidio.

Poi non dire che Woody non t’aveva avvisato.

“Io e Annie” è il film che fece conoscere a tutto il mondo, uno dei più grandi registi contemporanei e di tutti i tempi. A parte i 4 meritatissimi premi Oscar ricevuti nel 1978 (miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura originale e miglior attrice protagonista), che lo consacrarono, inventa un nuovo linguaggio permeato di ironia e tenerezza.

Trovate meravigliose come quella del cameo di McLuhan nella coda al botteghino (tutti vorremmo si potesse fare sul serio);

l’uso degli “split screen”, coi sottotitoli, a svelare i pensieri dei personaggi (ben diversi da ciò che stanno dicendo ad alta voce); il fuori campo degli stessi a parlare con lo spettatore. Puro genio.

Anche a distanza di decenni mantengono una freschezza che l’80% dei lungometraggi attuali, in HD, in 3D, con una D sola, si sognano e basta. E se tutto questo, caro spettatore, ti pare poco, non riesci a riderne di gusto cogliendo le sfumature della narrazione finto svagata, stai comunque beneficiando di una spiegazione originale e lucida del rapporto tra un uomo e una donna. Dell’eterna incapacità di capirsi. Scoprirai, così, l’anedonia (il titolo originale mai usato) conseguente ai rapporti affettivi. (1)

Che ad Allen piacesse Bergman non era un mistero. (2)

Il Maestro svedese viene citato dichiaratamente. Ma con tutto il rispetto per il Mito vuoi mettere le risate da farsi addosso se cominci a non prenderti sul serio? Altrimenti spiegati le racchette da tennis di legno della Dunlop buone giusto per combattere i ragni. La genesi delle crepe, i venerdì sera, le file al cinema d’essai, la scuola guida per carri armati, le nonne possedute dai cosacchi, le cattedre che superano i banchi, il sapone nero ideologico, il bisogno della maggior parte di noi delle uova?

«Tutti si innamoravano di Biancaneve, io immediatamente m’innamorai della regina cattiva»”.Ecco, se incontrassi Michele di “Bianca”, a distanza di 40 anni, adesso gli direi che un’alternativa alla difesa della propria tranquillità esiste. E ha un nome. Autoironia. Pure l’amore può essere deriso da chi ne esce con le ossa rotte. E chi se ne frega se rischi di rimanerci cornuto e mazziato. Nel peggiore dei casi ti resta la masturbazione.

«E’ sesso con qualcuno che ami!»

(1) “Woody Allen. Io e Annie & il percorso psicanalitico” di Manuela Agostini (State of mind – 2015)

(2) “Io e Bergman /qunado ti telefona un genio)” di Woody Allen (La Repubblica/The New York Times 2007)

 

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