Annie Hall

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“Tanto tu prima o poi mi lasceresti. Io non ci posso pensare che un giorno, magari siamo in terrazzo, tu vivi a casa mia, ti avvicini e mi fai: “Sai Michele ti devo parlare”, e poi mi spieghi che è stato tutto molto bello, però ormai non si può più andare avanti, l’amore è finito. Perché tutto questo dolore? A te sembra giusto? A me no. Io mi devo difendere”.

Annie Hall
(di Woody Allen, Usa, 1977)
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L

o so, Michele Apicella nel film di Moretti per eccellenza, rifiuta la corte (nientemeno) di Laura Morante, perché è pazzo.

Del resto, qualcuno che scoperchia la botola, ti tira fuori dal torpore sentimentale, e dopo la richiude lasciandoti peggio di quanto stavi prima, è sempre dietro l’angolo.

Alvy Singer, il protagonista maschile di questo “Annie Hall”, invece non si difende. Perfetta cartina di tornasole di un uomo egocentrico il giusto, brillante a suo modo, con le proprie paure e i personali fallimenti.

Non che gli butti male, sia chiaro. Né con le donne, né col lavoro. La vita gli piace, basta viverla per quella che è.

Però, quando da quell’angolo famigerato spunta chi ti somiglia più di quanto tu voglia ammettere (mantenendo diversità che non colmeresti vivendoci assieme cent’anni), la partita si complica.  Dannatamente.

La prima mano sarà tua. Come un tennista di mestiere, l’altra parte ti concederà i primi giochi del set post riscaldamento. Tu farai il pavone pensando che col tempo l’esperienza t’ha levigato. Non hai capito niente.

Se ci resti sotto, rischi uno stillicidio. Poi non dire che zio Woody non t’aveva avvisato.

“Io e Annie” è il film che fece conoscere a tutto il mondo, uno dei più grandi registi contemporanei e di tutti i tempi. A parte i 4 meritatissimi premi Oscar ricevuti nel 1978 (miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura originale e miglior attrice protagonista), che lo consacrarono, inventa un nuovo linguaggio permeato di ironia e tenerezza.

Battute folgoranti come quella del cameo di McLuhan nella coda al botteghino (tutti vorremmo si potesse fare sul serio), l’uso degli split screen coi sottotitoli a svelare i pensieri dei personaggi (ben diversi da ciò che stanno dicendo ad alta voce), il fuori campo degli stessi a parlare con lo spettatore, sono puro genio.

Anche a distanza di decenni mantengono una freschezza che l’80% dei lungometraggi attuali, in HD, in 3D, solo con una D, si sognano e basta.

E se tutto questo, caro spettatore, ti pare poco e non riesci a ridere di gusto (non preoccuparti, probabilmente sei soltanto morto), in ogni caso avrai beneficiato di una spiegazione originale e lucida del contrasto uomo/donna, dell’eterna incapacità di capirsi, dell’anedonia (il titolo originale mai usato) ° conseguente dei loro rapporti affettivi.

Che ad Allen piacesse Bergman non era un mistero.°° Il maestro svedese viene citato dichiaratamente. Ma con tutto il rispetto per i miti, vuoi mettere le risate da farsi addosso se cominci a non prenderti sul serio?

Altrimenti spiegati le racchette da tennis di legno della Dunlop buone per combattere i ragni, da dove partono le crepe, se hai da fare il venerdì sera, le file al cinema d’essai, la scuola guida per carrarmati, le nonne possedute dai cosacchi, le cattedre che superano i banchi, il sapone nero ideologico, il bisogno della maggior parte di noi delle uova.

“Tutti si innamoravano di Biancaneve, io immediatamente m’innamorai della regina cattiva”.

Ecco, se incontrassi Michele di “Bianca”, a distanza di 30 anni, gli direi che un’alternativa alla difesa della propria tranquillità, senza per forza chiudersi a riccio, esiste e ha un nome. Autoironia.

Pure l’amore può essere deriso da chi ne esce con le ossa rotte. E chi se ne frega se rischi di restarci cornuto e mazziato. Nel peggiore dei casi ti resta la masturbazione.

“E’ sesso con qualcuno che ami”.

 

 

° Woody Allen, Io e Annie & il percorso psicanalitico di Manuela Agostini

°° Io e Bergman (quando ti telefona un genio) “Mi ha insegnato a non badare al botteghino” – The New York Times

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