Mon Roi

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“Il problema non siamo né tu né io, il problema siamo noi due insieme.”

Mon Roi
(di Maïwenn, Fra, 2015)
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S

ono parole di una canzone. L’ha scritta Facundo Cabral, cantautore argentino che i suoi giorni li ha presi tutti di petto. Le citano i protagonisti. Incorniciano questa storia, la disegnano. Perché l’amore, la vita, sono intensi e complicati. Non te la puoi cavare con un tratteggio.

Forse per questo c’è un cinema che mi piace più degli altri. Fatto di sentimenti, parole, espressioni, silenzi. E’ il cinema francese. Solo i più disattenti tendono a relegarlo alla nicchia, al verboso, al noioso.

Mon Roi della bella Maïwenn Le Besco, oltre a non essere affatto banale, è appunto, tipicamente francese. Nel solco di una tradizione onesta. Non esistono soltanto i capolavori. Un lungometraggio è anche un’occasione per pensare, uno spunto.

Il lungo flashback di Marie-Antoinette, detta Tony (Emmanuelle Bercot, Prix d’interprétation féminine Cannes) dovuto alla rottura dei legamenti del ginocchio, dipana momenti personali, intimi, dolorosi, passionali. Non giudicabili.

Come suggerisce lei stessa in un momento lirico del film: “La verità, ciò che è stato già distrutto, questa delusione che ci brucia, è la nostra libertà. Bisogna non avere più niente da perdere per amare davvero, per gettarsi anima e corpo. Bisogna aver conosciuto gli imperi che vacillano e le più grandi tempeste per essere in questo istante qui con te. Bisogna aver vissuto tanto, distrutto tanto, tante e tante volte per non rovinare niente con te. L’amore non è nulla quando è nuovo, pulito, puro. L’amore prima della tempesta non è una scelta, è una legge.”

E se l’amore lo condividi con un homme fatale, istrione come solo Vincent Cassel, che inosservato non potrebbe passare neppure per sbaglio, che ti schizza l’acqua dai secchielli dello champagne e dalle acquasantiere, che ti lascia il suo cellulare (letteralmente), che ti fa ridere persino in farmacia e che ti invita a smettere di cercare degli stronzi, perché è lui il re degli stronzi, non hai scampo. Te la devi giocare.

“In generale i maschi fanno più fatica e arrivano più tardi a scrivere correttamente rispetto alle femmine, che solitamente hanno molta più facilità ad applicarsi nella scrittura” , dice la maestra del piccolo Simbad nel finale del film. Sottintende la vita. Un maschio per maturare ci mette molto, troppo. Magari il segreto per il quale alle donne di solito piacciono gli uomini più grandi, sta tutto qui.

Vivere è un’impronta fugace, con una memoria tutta a sé stante. “Non s’incontrano persone importanti ogni minuto”. Anche se tuo fratello (un pungente, ironico e inedito Louis Garrel) ti esorta a salvare la pelle, citando Leo Ferrè.

Devi decidere tu dove finisce lo stillicidio, che nemmeno un matrimonio senza fedi su un trenino di due cavalli colorate può giustificare.

“Easy”, la colonna sonora di Son Lux, striscia sensuale e malinconica gli stessi concetti.

Il cibo, il sesso, la bellezza, “ieri era ieri” (che pronunciato in lingua madre è stupendo), “24 su 24 con te non posso”, essere la puttana di qualcuno, preferire il nulla alla sofferenza in barba a Godard e Faulkner, stirare per l’angoscia, fare il cameriere per finta, leggere “La vita davanti a sé” di Romain Gary, aggiungono sale che dà gusto, che però brucia sulle ferite, soprattutto quando l’autodistruttività te la porti addosso.

In fondo i sentimenti non sono appannaggio esclusivo di chi ha vent’anni, hanno bisogno di cura, quotidianità che non significa piattume. La soluzione sarà tornare a come prima di conoscersi? Osservarsi più grigi e in cambio più presenti? Chissà…

La regista l’ha spiegato, è roba per amanti incompresi, non per monoliti.°

Nessuno costruisce per distruggere. Siamo la somma degli sbagli e delle cose giuste che facciamo. L’equilibrio sta a noi circoscriverlo a una dimensione che ci faccia guardare allo specchio con dignità, rendendoci al contempo se non felici, sereni.

E se non ce la facciamo, ci resteranno i ricordi. Saremo stati genitori dei nostri amanti, difesi e offesi, umiliati e protetti. Avremo da rivolgere o sentiremo sulle spalle uno sguardo di simpatia e rabbia rassegnata assieme. Come Georgio nell’ultimo frame. Il tempo qualcosa avrà lenito.

“E solo quando m’avrà perdonato, ti verrà desiderio di guardarmi. Ricorderai d’avermi atteso tanto, e avrai negli occhi un rapido sospiro.”

Versi di Ungaretti, lo so. Credo si attaglino al racconto. Vorrei averli scritti io.

° Intervista a Maïwenn, regista di Mon Roi – Il Mio Re – Mondoraro Foundation

“Mon Roi, de Maïwenn: pourquoi (on veut) y croire?” diPaul-Arthur Jean-Marie

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