Escobar: Paradise Lost

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“Forse sedermi a questo bancone è la cosa più pericolosa che ho fatto in tutta la mia vita.” 

Escobar: Paradise Lost
(di Andrea Di Stefano, Fra/Spa/Bel/Pan 2014)
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N

ick, il protagonista di questo film, non può aver visto “Le conseguenze dell’amore” di Paolo Sorrentino.

E’ canadese, pensa solo al surf. Inoltre la vicenda di questa storia è ambientata tra gli anni 80 e l’inizio dei 90. Ha pure l’aria di chi arriva un filo tardi alle conclusioni.

Anzi, ora che ci penso, somiglia maledettamente al tipo di “Notte prima degli esami” (caro lettore ideale di nostra recensione, se puoi, perdonami).

Eppure questo benedetto ragazzo (interpretato da Josh Hutcherson, quello che fa Peeta in Hunger Games), compie l’azzardo più antico del mondo. Porta dei fiori a una donna che gli piace.

E quando la destinataria dell’omaggio in questione, è Maria (Claudia Traisac, perfetta nel candore di chi sembra fesso e invece rappresenta una nazione intera), forse hai pescato il jolly.

E’ la nipote del più grosso trafficante di coca di tutti i tempi.

18 giugno 1991. Un uomo prega al telefono con la madre. Tutto quel che ha fatto (e fa) è per la sua famiglia. Almeno così sostiene. Sta per andare in prigione. L’immagine di un Cristo in croce rimbalza in un flashback (analessi/passato/ciò che è stato) e in un flashforward (prolessi/futuro/ciò che sarà).

Presagisce una narrazione dura, non semplice. Tragica, probabilmente.

Fatta di fughe interrotte, bende sugli occhi, barbe incolte, maglioni improbabili, verità divenute bugie. Spari, occhi che dicono l’esatto contrario di quanto si affermi. Di gente ammazzata il peggio possibile.

Lo sguardo di Benicio Del Toro è selvaggio, tagliente. Come la Colombia. Come il Sudamerica.

C’è da andare a Ituango, roba da conquistatori spagnoli. Al numero 72. Un’automatica da 9 millimetri infilata nei Levi’s, senza fare troppa conversazione. Pare che uccidere riesca meglio.

Un approccio alla vita (o alla morte direbbe Groucho Marx) freddo e lucido, a separare cosa conta solo per sè. Carnale e piacione per fotterti, flemmatico e distaccato all’occorrenza.

Il secondo ricorda archetipi già visti sul grande schermo (Collateral di Michael Mann con Tom Cruise, vale per tutti). Il primo neanche conta i figli di puttana.

Così, il tempo per l’amore, con la speranza di trovarti nel paradiso del titolo, lo devi prendere a morsi. Gli stessi che t’ha dato il cane dei fratelli Roldano, che adesso stanno appesi a testa in giù da qualche parte nella foresta. Gli hanno dato prima fuoco. E’ colpa tua. Lo dice Escobar.

Lui può giocare con te come un gatto farebbe con una lucertola in giardino. Svegliarti nella notte per una paternale (che neanche Mario Brega con Verdone in Borotalco). Spiegarti nella Ford V8 di Bonnie e Clyde il motivo per cui non lo tradirai. Mai.

Neppure se avessi scorto il più infame dei suoi uomini, Drago (Carlos Bardem, straordinario e intenso. Si, è il fratello di Javier), pulirsi la pelle dal lavoro più sporco del mondo.

El Patrón è un istrione (Aznavour la sapeva lunga). E’ “l’esportatore di un prodotto nazionale”. E’ Robin Hood, toglie ai ricchi per lanciare banconote ai poveri.

Regista e fotografo per occasioni speciali, canta alla moglie “Dio come ti amo” di Modugno davanti a tutti sul palco. Veste da prete se vuole evitare una polizia già comprata da anni.

Domanda se credi in Dio che comunque non c’entra niente: pure il cielo è sotto controllo con un grosso telescopio puntato.

Perché Mowgli, racconta assieme a Kipling, a un certo punto abbandona gli amici nella giungla e va nel villaggio degli uomini. “Ci sono delle leggi in natura e quando prendono il sopravvento, devi accettarle”. Magari sei uno di quegli amici che deve lasciarsi alle spalle.

Un accordo col governo da rispettare finché la situazione non si calmi, resta l’unica maniera di “nascondere il proprio potere economico ai nemici”.

A te, la generosità al massimo può allungare la vita, i conti devi farli col destino. E ti ritrovi in un supermercato dove la frittata è fatta. Il pallone diventa l’esca per uccidere chi ha fatto un errore, però se batte a terra forte, ti sveglia dal sonno in tempo per farti scappare.

Andrea De Stefano, qui alla sua opera prima, ci mette mestiere. “Paradise Lost” se l’è scritto e diretto, prendendo spunto da un poliziotto suo amico. Gli ha parlato di un uomo col mandato di nascondere un tesoro, condannato a morire per mantenere segreta l’ubicazione del nascondiglio.

E’ un attore. Ancora giovane e con un bagaglio enorme. L’Actor’s Studio ad esempio. Non lavori con Argento, Bellocchio e Julian Schnabel solo perché sei un bel ragazzo. 

Poi è arrivato il momento di mettersi dietro la macchina da presa per questo biopic thriller. Più thriller che biopic. Non c’è solo Gomorra nel mondo.

La scelta del cast davvero puntuale, fa il paio con la destrutturazione del plot originale, coinvolgente. Peccato che la trama risulti esile, forse per questo prevedibile (esisteranno ancora in natura, sceneggiatori privi di altre velleità?).

Il Bene, il Male, schierati come in un campo di calcio con l’arbitro corrotto in partenza. La cadenza da fiction a tratti sonnacchiosa. Molti spunti interessanti, purtroppo disinnescati sul nascere.

Last but not least”, tutto sulle spalle (grandi) dell’attore portoricano che ha vinto l’Oscar a 34 anni (appena) con Traffic.

Del resto, ci sta. Chi non si affiderebbe alla maschera che indossa disinvolta la 6 dei Cosmos di Franz Beckenbauer? Che s’incazza con Chicco Evani, quando al 119° manda al tappeto Higuita a Tokyo?

Il cappellino dei Boston Celtics, “whisky!” per fare un sorriso, le letterine dei figli in cui sta scritto “te quiero mucho”, i primi baffetti dei ragazzini privi di futuro prossimo, Medellin.

Sono colori nella polvere.

L’ironia (nera) di un consiglio alla tua vittima (“devi andargli incontro e salutarlo”), invece è poesia.

Garcia Lorca, uno la cui lingua era lirica per l’appunto, ha scritto: “Il sangue delle tue vene nella mia bocca, la tua bocca senza luce per la mia morte”

Versi presi dalla “Gazzella dell’amore imprevisto” (guarda caso). Sembrano fatti apposta, oppure no.

Nessuno sfugge a Pablo. Nemmeno tu.

 

 

 

 

 

 

 

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