Un anno di cinema

by

 

“Non amo i paesaggi né le cose, amo le persone; mi interesso alle idee, ai sentimenti.”

François Truffaut, Intervista (1981)

 

I

l primo dizionario cinematografico che ho avuto tra le mani non è stato un Mereghetti o un Morandini che sul finire degli anni ’90 erano solo agli albori, bensì un Di Giammatteo trovato sulle bancarelle del Corso Umberto I di Napoli. Parlo del Rettifilo, per chi masticasse napolitudini, una strada (e che strada!), dove in quel periodo, quasi tutte le mattine ciondolavo, aspettando che la mia ragazza uscisse da scuola.

In quel libro, pure un po’ ammaccato, ci trovai recensioni in linea con l’autore: chiare, secche, fors’anche scarne, che però avevano il pregio di farmi immaginare quelle storie che nella maggior parte dei casi nemmeno avevo ancora visto, nel mentre che i dvd cominciavano a darsi la staffetta con le videocassette. Quelle che tutti chiamavano vhs e che a malapena avevano saziato la mia fame di inconsapevole cinefilo.

Le parole scritte, se hai un po’ di immaginazione, sono meglio delle immagini stesse.  Almeno questo è quel che è sempre valso per me. E quando questi film che «leggevo» li ho finalmente visti per davvero, si è aperto un mondo.

Fellini, Antonioni, Ingmar Bergman, Bertolucci, Kubrick, Eric Rohmer, assumevano una materia. Gli attori da loro scelti, una forma. Col loro volto, i loro gesti, le espressioni che non mi avrebbero più abbandonato. Andavano a chiudere un cerchio, un conto personale che avevo aperto molto tempo prima.

Non distinguevo più se David Hemmings fosse il fotografo di Blow Up o il pianista di Profondo rosso. Mi innamoravo dell’attore, neanche più del personaggio. Un po’ come mi succedeva da bambino, quando continuavo a seguire con passione un calciatore che cambiava squadra e casacca.

E tutto ciò, grazie a quelle poche parole dedicate ad ogni film, che incasellate in una scheda, formavano il piccolo codice fiscale di quel mondo. C’era l’anno, il titolo originale, il cast, le stelline, gli incassi. Una vera pacchia. Avevo uno spazio enorme da riempire nella testa e nell’anima, anche confusamente, in quel momento della mia giovane età.

Del resto, un dizionario di cinema è una sorta di ossimoro. Si può mettere in ordine qualcosa che è disordinato di suo?

In apparenza è anche possibile, poi ci si trova di fronte a generi, gusti personali, pubblico, critica, opinioni di chi al cinema ci va e non ci capisce mai nulla. O di chi ci bazzica poco, ma magari tira fuori un’intelligenza ferina al riguardo.

Com’è che diceva Gassman ne «Il Sorpasso» di Dino Risi?

«A me Modugno me piace sempre, questo “Uomo in frac” me fa impazzi’, perché pare ‘na cosa de niente e invece ao c’è tutto: la solitudine, l’incomunicabilità, poi quell’altra cosa, quella che va de moda oggi… la… l’alienazione, come nei film di Antonioni. Hai visto “L’eclisse”? Io c’ho dormito, ‘na bella pennichella…»

Già, chissà qual è la verità. In fondo tutte le sensazioni, le impressioni, le sfumature, conservano una propria dignità. Forse Bruno Cortona con la sua sbruffoneria diceva quello che tanti negli anni ’60 pensavano. Mostrando al contempo tutta la superficialità dell’uomo medio che in quel periodo Pasolini demoliva per bocca di Orson Welles ne «La ricotta».

Per non dire del maestro russo Eisenstein, che negli anni ’70 divenne suo malgrado una «cagata pazzesca» nei cineforum di tutta Italia. Perlomeno in quelli imposti ai ragionieri che volevano assistere allo sport in tv.

Ecco, come prevedevo, ho divagato. Volevo scrivere una prefazione canonica, per questo libro di cinema che canonico non è. Ringraziare Francesco Rubino e Alessia J. Magliacane che mi hanno coinvolto nel curarlo, «spinto» a recensire anche quei film che amo, ho amato e amerò. Mai avrei pensato di parlarne in pubblico.

Come i poliziotteschi, i polar, i film francesi sull’amore, quelli del «mio» Nanni Moretti, e alcuni dove appare la «passione» degli ultimi anni vissuti da spettatore, Toni Servillo. Il più grande (giudizio personale, ça va sans dire) attore italiano vivente.

Non ci sono riuscito. Il soprannome di Doinel che indosso indegnamente, non mi ha aiutato. Anzi, mi ha indotto alla confusione ulteriormente, credo.

Da adesso in poi, vi immaginerò come Michele Apicella in «Sogni d’oro», avvicinati da un amico che dice: «Hai visto l’ultimo film di Don Siegel? È pieno di luoghi comuni, banalità, personaggi tipici. Fa schifo. È un film orrendo».

E poi da un altro ancora che riprende così: «Hai visto l’ultimo film di Don Siegel? Ecco! Quello è una cosa… Perché è tutto giocato sui luoghi comuni, le banalità, i personaggi tipici. Una vera chicca». 

Non ci fate caso, divago ve l’ho detto. Al limite fatemi sapere cosa av(r)e(s)te risposto nei panni di Michele. Così nel frattempo, posso lasciarvi alle pagine che seguono, come dice un’altra prefazione più autorevole della mia (la trovate sempre qui).

Divertitevi e soprattutto… non smettete di leggere cinema!

 

Francesco Della Calce,

Napoli, marzo 2015 °

 

 

° Prefazione per la prima edizione di “Un anno di cinema” (Classi Edizioni) http://www.classiedizioni.com

°° In copertina Montignac (Dordogna, Aquitania) grotte di Lascaux, un cinema di 20000 anni fa – © Copyright Francesco Rubino 2016 – Stampato in Italia presso Rotomail S.p.A. per Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A.

© Miriam Di Domenico photo  http://www.iammia.it

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