Non un mondo a parte ma una parte del mondo

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Le fotografie sono forse i più misteriosi tra gli oggetti che formano, dandogli spessore, quell’ambiente che noi definiamo moderno. Esse sono in realtà esperienza catturata, e la macchina fotografica è l’arma ideale di una consapevolezza di tipo acquisitivo. 

Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere.”

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usan Sontag queste parole le ha scritte in un saggio del 1977 che ha fatto epoca. Aveva ragione. Una fotografia, in effetti, cattura un’esperienza facendola diventare nostra. Perchè ci fa conoscere, ci mette a pensare.

Mi sono venute in mente quando ho incontrato Pinella Palmisano, pochi giorni fa a Salerno. All’appuntamento l’ho trovata accovacciata nei pensieri, al secondo piano del meraviglioso Palazzo Fruscione, dove è esposta la sua opera intitolata “Non un mondo a parte, ma una parte del mondo”.

E’ una foto, eppure sembra un quadro. Non sta lì per caso.
E’ in concorso per la II edizione della Biennale di Arte Contemporanea, aperta al pubblico in quella sede storica, fino al 20 del mese.

È un privilegio conoscere artisti impegnati nel sociale: dietro le loro creazioni ci sono delle storie, delle persone. Incontrare Pinella, significa incontrare Giovanna, la modella tetraplegica di questa intensa opera.

Perchè, come dice lei, che ha vissuto a Parigi e studiato a Roma avendo come maestro fra gli altri Tano D’Amico: “Giovanna non l’ho scelta, ci siamo scelte a vicenda”.

Intanto proviamo a girare un video con la reflex. Comincia ad arrivare gente coi bambini. Colorati, rumorosi, stranamente composti. E’ bella questa Biennale, penso. E’ difficile restare indifferenti a tante emozioni messe in scena.

Comincio un’intervista lontana parente di quella fugacemente concordata al telefono.

Anche perchè non sono un giornalista. Mi manca metodo e nozione, purtroppo. Così, come farebbe uno dei bimbi che ho intravisto prima, comincio col chiedere cosa vuol dire quell’immagine forte, stagliata sulla parete. Un volto di donna ferino, consapevole, quasi violento nella serenità che emana.

La fotografa mi risponde che abitualmente cerca di fare immagini autonome di vita propria. Preferisce evitare (in genere) spiegazioni sull’argomento. Prova a raccontarmi dell’empatia che va a instaurarsi col soggetto selezionato.

Perché “Non un mondo a parte ma una parte del mondo, da un lato denuncia una sofferenza fisica, quanto emotiva. Il nero dello sfondo, le croci dei rosari, le ferite, la sedia a rotelle.”

“Dall’altro manifesta il desiderio di Giovanna nel rappresentare coloro che vivono condizioni simili. Le braccia a croce anch’esse, tese a spiccare il volo. Il desiderio di appartenenza a un mondo che ha sentimenti, pulsioni, desideri. Gli stessi di tutti.”

Le chiedo ancora se sia stata una scelta tecnica o di pancia, il fatto che da qualunque punto lo si osservi, lo sguardo della donna ti segua. Ricevo una risposta decisa: “Pancia. Nel momento in cui trova ciò che le risuona, scatta. Esperienza di tanti anni e preparazione metodica, le consentono di percepire emozioni precedenti a uno shooting professionale”.

Vado avanti. Rammento un’intervista recente dove sostiene che la disabilità è una condizione e non un’identità.

Faccio cenno a Beatrice Vio, la struggente atleta paralimpica. Le chiedo cosa intendesse precisamente, visto che ha proposto un neologismo in merito all’Accademia della Crusca.

Con un sorriso sussurra che la parola “normo-disabile” è una piccola invenzione personale. Dettata dall’esigenza di sottolineare il concetto del progetto.

Al termine “normo-abile” usato comunemente, contrappone questo neologismo sincratico. “In quanto siamo prima di tutto persone e come tali abbiamo desideri, emozioni e vogliamo vivere la vita nel pieno delle nostre possibilità, al di là dei pregiudizi. La disabilità è una condizione, non un’identità.

Ha un entusiasmo gentile, pacato. Coinvolge, non invade. “Cerca bellezza in ogni cosa tentando di portarlo alla luce”.

Questa primavera le sue foto sono state in Argentina per la Biennale di San Nicolas organizzata dal maestro Luis Gramet, evento in gemellaggio con la città normanna.
Sono piaciute. “Molti hanno chiesto se quella femmina così bella fosse davvero disabile, oppure una modella di professione che la interpretasse. Non sanno che ha avuto un incidente a 13 anni facendo un volo nel vano dell’ascensore senza cabina”.

Mi parla del successo social avuto sulla home di Repubblica, sulla quale in meno di due mesi il servizio fotografico, ha raggiunto 1.5000.000 visualizzazioni, 350.000 like e 35.000 condivisioni, facendo il giro del web.

Io non vorrei tediarla oltremodo. Cito a sproposito gli Afterhours per chiederle se la forza eversiva, la destrutturazione del suo lavoro, sia più una necessità che una scelta. Replica scherzando che avrebbe preferito “Imagine” di John Lennon per un accenno. “Fare arte è terapeutico, uno scambio tra chi la fa e chi la riceve, interagendo con essa.”

Poi ringrazia chi sta cominciando a collaborare con lei per superare queste barriere, fattivamente. Lo spazio sociale cavese Ipazia, Stefania Ugatti, responsabile della comunicazione per la Soprintendenza delle Belle Arti di Salerno, Santa Rossi con l’associazione Indiani d’Occidente. Olga Marciano e Giuseppe Gorga, organizzatori che l’hanno invitata a questo evento. E naturalmente Giovanna Guadagno, “per il coraggio mostrato superando il timore di mettersi in gioco”.

Non può ancora sapere che mentre riassumo le emozioni che sto raccontando, il Comitato Scientifico della Biennale la premierà ancora consegnandole il Premio Speciale “l’Arte incontra il Sociale”.

Abbiamo finito. Ciondolo un altro pò per le stanze. Un’ultima occhiata a quel pezzo di mondo in prestito agli occhi. Conservo ringraziamenti che ricambierò. E sorrido. C’era un campione di questi anni che trovavo antipatico. Poi ha avuto un incidente in una corsa automobilistica. E mi sta insegnando a campare con un attaccamento alla vita che certe volte invidio.

Il cognome uscito da un fumetto di Pazienza, evidentemente, fa predestinato.

Una volta gli ho sentito dire:“Vedo dei traguardi, dove gli altri fanno fatica a vedere dei percorsi.”

 

© Miriam Di Domenico photo http://www.iammia.it

biennale

2 Responses
  • pinella palmisano
    Novembre 5, 2016

    Bellissimo articolo Francesco, ti ringrazio per aver incrociato la mia strada…sento sentimento nel tuo parlare e fattività nel tuo scrivere…e, come dice il professore Calabrese: “all’emozione bisogna dare un seguito e trasformarla in sentimento “, coltivando ciò che ci risuona, aggiungo,
    …ecco è accaduto ancora…la bellezza è venuta alla luce e questa volta grazie a te…♡ grazie di cuore

  • Giovanna
    Novembre 5, 2016

    Grazie per le belle parole. ♡

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