E’ solo la fine del mondo

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“Sto malissimo. L’idea di perderti mi fa morire. E pure… non ti sento più.”

E’ solo la fine del mondo
(di Xavier Dolan, Can/Fra 2016)
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C

hissà quanti di quelli che han visto questa storia, conoscono la conturbante Lea Massari. Interpretava queste battute per Michelangelo Antonioni nel 1960, prima di sparire (per sempre) agli occhi del suo uomo e della sua amica (Gabriele Ferzetti Monica Vitti) nel film “L’avventura”.

Si parlò di “incomunicabilità” in un’epoca in cui il Boom era soltanto alle porte. Ma si sa, i geni quali il regista ferrarese (premiato per quest’opera, guarda caso, dalla giuria di Cannes), sono in anticipo sui tempi. Com’è che ha detto il più grande intellettuale del secolo scorso? “La morte non è nel non potere più comunicare, ma nel non potere più essere compresi.” °

Ecco. Lo sanno anche in Canada, succursale nobile del cinema di Francia.

Del resto, se lasci un disastro di madre, soffocante e affettuosa, superficiale e profonda assieme, (Nathalie Baye, ancora stupenda, dopo aver recitato per il mito di Truffaut, Marco Ferreri, e Godard), senza farti sentire per dodici anni, qualche scusa ce l’hai.

Ancor di più se aggiungi un fratello ingabbiato (Vincent Cassel sempre più intenso) e una sorella che conosci niente (Léa Seydoux, sguardo ferino permanente, addirittura morettiana inconsapevole: “no problem, ma come parlo?”). Lei la “fine” del primogenito non la vuol fare. Però che fatica abbandonare la propria stanza e la tavernetta adiacente. Lui è stato in Cina dopo l’università. Non lo sa neanche la moglie, adesso che si occupa di detersivi, incollato ai figli e alla provincia.

Tu invece sai che c’è un conto da chiudere. Ti accontenteresti di vedere la vecchia casa per scoprire “come il tempo l’ha maltrattata”, anche se ti sentissi rispondere che “sono idee da snob del cazzo”. In fondo 34 anni non sono la fine del mondo del titolo.

Se non dovessi morire. Stavolta una cartolina non basta.

Xavier Dolan, il regista canadese di questo lungometraggio, è sicuramente un talento. Magari precoce (ha all’attivo ben sei film, compreso il premiatissimo “Mommy”di due anni fa), ma la profondità del suo cinema parla da sola. Ha adattato il romanzo di uno scrittore morto davvero prematuramente, Jean-Luc Lagarce. Ricorda Carnage dell’ultimo Polanski.

Con un cast di lusso. Gaspard Ulliel e Marion Cotillard, superbi a completare il quadro armonico con gli attori citati sopra.

Questo “Juste la fin du monde” lascia straniti.

Coi suoi brutti flashback, e un simbolismo finale telefonato. E una colonna sonora nella quale, a esser buoni, si salva solo il pezzo d’apertura di Camille.

E’ urlato, imperfetto, sopra le righe, interrotto. Claustrofobico, ridondante, minimalista, controverso. Eppure ha ricevuto critiche lusinghiere e un Grand Prix Speciale della Giuria (sempre) a Cannes.

 Ma tutto ciò allo spettatore non deve interessare.

Conta che è coraggioso, provocatorio, per nulla ruffiano. Mette a pensare. Lascia un’inquietudine costruttiva. Ti resta dentro. Ti fa discutere con chi sei andato a vederlo. Ad avercene… Ha ragione l’eterno (e autorevole) Valerio Caprara: “Che bello, ancora si può litigare per un film.” °°

Perché tenerezza e dolore le trovi all’interno di ogni famiglia. Il tempo passa, invecchiare non aiuta l’equilibrio. Non consola. Del resto a molti “capita di nascere in mezzo a persone che non senti vicine, malgrado il legame di sangue.” Allontanarsi senza prendere le distanze diventa necessario.

Specialmente se devi fare l’uomo di casa, anche da lontano. Non c’è mica una regola? Deriva “dal prestigio, dai soldi, dalla bellezza, dal talento. Dalle belle cose con cui uno nasce”.

Tanto hai paura tu, e hanno paura gli altri. Che non sono scemi. Hanno solo meno qualità. Ma la stessa sensibilità. A modo loro hanno elaborato pure il lutto. Ognuno reagisce come può. Le lacrime, le grida, il logorroico parlare a salve, gli scatti d’ira. Sono una difesa.

I giorni importanti della vita non li battezzi durante i compleanni. E neanche coi pranzi di prammatica.

“Chi scrive ha un dono, che è un dono per gli altri o forse per nessuno”. Uno scrittore lo sa.

E allora ti prendi la consapevolezza di quel che hai perso e ti sei lasciato alle spalle. Il sorriso beffardo con la fossetta d’occasione, stanno lì. Ci fumi sopra una Lucky Strike e rifletti.

Per esempio che “non si faceva una vacanza, ma tutte le domeniche si usciva si-ste-ma-ti-ca- men-te”, che chi non parla non è detto sia bravo ad ascoltare. Che ci si può commuovere persino su una canzone romena di un gruppo moldavo pacchiano.

I pugni più dolorosi sono quelli che non arrivano in faccia. Ora sai che esiste qualcosa per cui sperare quando arriva la posta. Che l’apnea in cui versi mentre gli altri parlano è un estraniarsi di chi è davvero estraneo. Che si “può scegliere di essere infelice solo perchè conviene”.

Chuck Palahniuk in un romanzo duro assai di un decennio fa,  trovò un lampo di tenerezza consapevole. Faceva così:

“Se riusciamo a perdonare ciò che gli altri ci hanno fatto… Se riusciamo a perdonare ciò che noi abbiamo fatto agli altri… Se riusciamo a prendere congedo da tutte le nostre storie. Dal nostro essere carnefici o vittime. Solo allora, forse, potremo salvare il mondo.”

Quando dico che il cinema d’autore continua dentro di noi, non prendetemi per pazzo.

 

° Una disperata vitalità/Poesia in forma di rosa (1964) – Pier Paolo Pasolini

°° E’ solo la fine del mondo – Valerio Caprara

 

 

 

 

 

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