Florence Foster Jenkins

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“La facoltà d’illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi è destinata a scoprire l’illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.”

Florence Foster Jenkins
(di Stephen Frears, GB/FRA 2016)

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“C

 i sono film che meritano una visione approfondita anche se di primo acchito non sembra. Stai lì che sprofondi nella poltrona rossa mentre “fuori piove un mondo freddo” (Paolo Conte ora pro nobis), coi pop corn acquistati all’ingresso a rassicurarti che non morirai certo di fame, nonostante l’ora di cena. E poi, quando non lo diresti, resti piacevolmente sorpreso. Perchè ti mettono a pensare a differenza di tante proiezioni d’essai che non decollano mai.

Non avrei scomodato Vitangelo Moscarda e conseguentemente “Uno, nessuno e centomila” per una pochade. Non sarebbe stato onesto. Però, per una biografia drammatica e comica al contempo, richiamare il genio di Pirandello, mi è sembrato giusto. Pure doveroso.

A New York, grosso modo un secolo fa, c’è stata una donna che ha scherzato con quell’esistenza che “non conclude”, appunto. Si chiamava Florence Foster Jenkins.

Ereditiera, pianista di talento mancata, sposa acerba di un medico che la condannò a una vita con Mercurio “per una notte con Venere” (così si diceva ai primi del ‘900, per riferirsi alla sifilide). Col passare del tempo, moglie in bianco di un uomo a sua volta più giovane. Soprano leggero, totalmente stonato.

Quando ho letto la storia di questa donna di grande personalità, ho capito perchè abbia voluto rappresentarla al cinema, un direttore artistico di spessore, ironico e provocatorio, quale Stephen Frears.

Un mito come Meryl Streep, commovente nel dosare il ridicolo e il sublime (lei, armonica per antonomasia, recita sgraziata come se davvero non sapesse cantare) e un interprete elegante come il conterraneo del regista, Hugh Grant (davvero delizioso nell’interpretare St. Clair Bayfield, consorte appassionato quanto platonico), sono ampiamente giustificati per una riduzione sul grande schermo che solo a uno sguardo distratto, può apparire minore.

Affiancati dalla piacevole “scoperta” di Cosmé McMoon, il pianista che assecondò sulle scene (amorevolmente) l’artificio di questa volitiva signora, impersonato dall’istrionico Simon Helberg (e “sostenuto” dalla musica di Alexandre Desplat). Una vera rivelazione.

I fan della divertentissima sitcom “The Big Bang Theory”, sanno bene di chi parlo. Però qui siamo a Hollywood. Un attore con una gamma di espressioni così varie e divertenti in un lungometraggio, ruba sempre l’occhio. Non mi meraviglierò qualora contenda un meritato Oscar fra qualche mese, proprio ai protagonisti di questo racconto.

Questo è il cast. Impreziosito dalla bellezza inquieta e lentigginosa di Rebecca Ferguson, e da altre figure indovinate come la simpaticissima, esplosiva e felliniana, Nina Arianda.

Poi, esci dalla sala (sempre quella delle poltrone rosse), e ti resta una sensazione delicata addosso.

Un pò come succede col Woody Allen di quest’ultimo decennio. Hai l’impressione di aver imparato qualcosa in più su te stesso e sugli altri. In maniera lieve e profonda assieme. Senza alcuno sforzo di concentrazione.

Poter riflettere su qualcosa che non necessariamente ti riguarda da vicino, ha un valore importante. In fondo tutto, volendo, diventa speculare. “La storia siamo noi” cantava qualcuno. E la storia quotidiana ha sviluppi che non t’aspetti.  Specialmente se appare lontana.

Ha ragione Daniele Cassandro sull’Internazionale, quando a proposito della vera Florence, discorre di una “parabola sulla glorificazione postmoderna del trash” e di “pop di inizio novecento”. E’ lungimirante sostenere che “la pessima arte, può avere un suo valore”.

Infatti “la peggior cantante di sempre” alla fine l’ha spuntata. Quando diceva: “qualcuno può dire che non so cantare, ma nessuno potrà dire che non ho cantato” ha letto il futuro. Nemmeno Spotify, oggi, la distingue dalla Callas e Jessye Norman. °

Bisogna coltivarla un pò di sana follia e non farsi troppe domande. Magari liberandosi “dalla tirannia dell’ambizione”, senza chiedersi costantemente se un amore è davvero corrisposto. Conteranno i fatti. Poco importa se il palcoscenico ci sosterrà per empatia emozionale più che per stima professionale. Succede e succederà nuovamente. A tutti. Nessuno escluso. Persino a noi.

Allora il Verdi Club varrà la prestigiosa Carnegie Hall lì nella 7th Avenue. La passione si farà beffe della tecnica e delle recensioni del Post. Un musicista che suona Mozart e Delibes potrà improvvisarsi giudice di bodybuilding. Arturo Toscanini e Cole Porter saranno compresi nello stesso pensiero.

Basta che funzioni, direbbe quel cineasta che ho richiamato prima.

Ci sono delle bugie bellissime. Distanti dalla volgarità oltre ogni autenticità. Quelle che permettono a un consorte di recitare Shakespeare come una ninna nanna.

Un filosofo danese sosteneva che la verità è una trappola. Forse non aveva tutti i torti.

La poesia dei “Sonetti” vola alta. Attraversa candidamente ogni malizia:

“Amore non è amore che muta quando scopre mutamenti, o a separarsi inclina quando altri si separa. Oh no, è un faro irremovibile che sempre mira alla tempesta e mai ne viene scosso”.   °°

 

 

° “Florence e il trionfo del mal canto” di Daniele Cassandro 

°° Sonetto CXVI – William Shakespeare

 

 

 

 

 

 

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