Se una notte di mezza estate i Bottom Brothers

by
“La verità non sta in un solo sogno, ma in molti sogni.”

Se una notte di mezza estate i Bottom Brothers
(di Adriano Foraggio, Ita 2016)
**

uando le parole si consumano il tempo le reinventa. Gli autori illuminati le fanno tornare nuove.

Pier Paolo Pasolini, qualche decennio fa, questa frase la usò come incipit di una delle sue ultime storie. La estrapolò da una celebre raccolta di novelle orientali del Decimo secolo, “Le mille e una notte”.

La bella Shahrazād sfida la sorte per far cessare un eccidio, narrando una storia per un tempo indefinito. Racconto nel racconto, dunque. Come in seguito solo pochi scritti. Boccaccio nel ‘300Giambattista Basile tre secoli più tardi. Fino alla volta del teatro nel teatro. Espediente creato nientemeno che da Shakespeare prima, e Pirandello poi.

Il film di Adriano Foraggio si apre cosi: “In questo film è tutto vero, anche i sogni. Ma non è detto che sia accaduto realmente a noi”.

Le storie quando hanno un profilo onesto non si discutono. La prima opera di un giovane autore è sempre un’epifania, un evento. Persino una speranza. Il regista napoletano di Boscoreale, ha un sorriso gentile. Non forza le cose.

E’ stato volontario in Congo nei centri di accoglienza per minori di strada. Ci ha fatto pure il servizio civile internazionale. Il documentario “Come gli uccelli – La rue à Kinshasa” (primo premio al Siani Reportage Prize, menzione speciale al Collecchio Video Film Festival e all’Ariano International Film Festival) ha chiuso un circolo virtuoso.

Qui rielabora, grazie alla sceneggiatura di Linda Dalisi“Sogno di una notte di mezza estate”. La commedia più famosa del padre della letteratura inglese. Il folletto Puck, il re degli ElfiOberon (interpretato dal bravissimo Kouadio Lincoln Abraham), Titania, LisandroErmia, Demetrio. Li ritroviamo figli dei tempi.

Con l’artigiano del titolo. Il tessitore che nel bosco prova lo spettacolo. Quello che per costume ha la testa d’asino diventata di ciuco per davvero.

Perchè il protagonista adesso è lui. Stavolta sono (quasi) tutti Nick Bottom.

A quel punto non ti resta che passare per i Tribunali. A Vico Santa Maria di Vertecoeli, nei pressi di largo Donnaregina. Oppure a San Biagio dei Librai. Ci trovi Napoli, l’Africa, il mondo. 

Che aspetta un lavoro, un permesso di soggiorno, una sistemazione. Una verità che forse non arriva.

La Compagnia K., al Piccolo Bellini e a Interno 5. E dentro Mariela, Muhammed, MarinaFederica. Italiani, stranieri, rifugiati, migranti. Qualcuno sostiene che siano passati in sei anni, 26 paesi. °

Attendere in scena la vita e trovare te stesso. Quando non hai niente provi a pigliare quello che puoi.

“Qui ognuno decide cosa raccontare, come raccontarsi e quanto.” Poi, certo, gli appuntamenti nascondono sempre un’incognita.

C’è sempre qualcuno che mancherà. E Bottom potrebbe tramutarsi in Godot. Soprattutto se fai come Daniela e non riesci ad abituarti all’incertezza.

Ma se hai pazienza, imparerai a raccogliere un fiore al contrario, che “il destino non è uguale per tutti”. “A essere coraggioso, ma non tutti i giorni.” Col teatro non si mangia”, si sa. E “i dettagli del tuo personaggio servono a raccontare qualcosa di te. Solo di te, anche se il pubblico non lo saprà mai.”

“Io ti conosco. Non so niente di te. Io non ti conosco, so molte cose di te.”

Un vecchio telefono a gettoni, il rumore della pioggia sul dorso del camion, una panchina di una stazione mezza abbandonata tra i rovi. I binari percorsi come flashback della propria memoria. La curiosità.

Sfumature. Da cogliere però.

C’è lirismo nel vivere due vite nella stessa esistenza. Specie se non sei di casa in nessun posto.

Ma “amma sta ccà!”, dice Saeid. Lui non può viaggiare per tornare e ripartire. Innamorato dell’amore, “molteplice come un camaleonte, coerente come un asinello dei boschi”. Come Raquel col suo violino, oppure Hora, rinoceronte saggio e paziente. O ancora Hamid, da camionista a pizzaiolo di Ciro al Borgo Marinari.

Per questo, qui, tutto è possibile. I Blues Brothers, la libertà del pappagallo di Bellavista, Charlot. Presenziare al proprio funerale restando tranquilli, pronti a qualsiasi evenienza.

Il copione di un’esistenza è necessario quanto simbolico. “Si forma sfoglia dopo sfoglia. Non è mai stabile. Si costituisce e compone col contributo di tutti”

Anche l’altoparlante che avvisa di allontanarsi dalla linea gialla diventa una preghiera. Specialmente se dormi dentro una stazione.

“Perdonami, io ti perdono, che Dio ci perdoni”.

Preghiera, dicevo. Che bella parola.

C’è uno scrittore napoletano con la stessa sensibilità dei ragazzi di questo lungometraggio. Tempo fa ne ha scritta una pressappoco così:

“Mare nostro che non sei nei cieli, e abbracci i confini dell’isola e del mondo, sia benedetto il tuo sale, sia benedetto il tuo fondale, accogli le gremite imbarcazioni,

senza una strada sopra le tue onde, i pescatori usciti nella notte, le loro reti tra le tue creature, che tornano al mattino con la pesca dei naufraghi salvati. (…)

Custodisci le vite, le visite cadute, come foglie sul viale, fai da autunno per loro, da carezza, da abbraccio, da bacio in frontedi padre e madre prima di partire”. °°

 

© Alessia Foraggio photo

°° “Mare nostro” – Erri De Luca

° Quindici giorni circa di set (10 al Teatro Bellini e altri giorni a Interno5), un piano di produzione rocambolesco e funambolico, a incastrare disponibilità di più di 20 attori non professionisti; disponibilità a volte di sole 2 ore in un giorno; una campagna di crowdfunding su produzioni dal basso veloce e incisiva che in poco più di 3 mesi ha permesso di consolidare la base produttiva di partenza; un gruppo indipendente che, senza sostegni di alcun genere, spinti dal desiderio di lasciare una testimonianza su uno spazio necessario di creatività e incontro; un gruppo di professionisti (tra reparto tecnico e attori) che ha deciso di sostenere il progetto… questi alcuni elementi del motore che ha portato alla realizzazione di questo film. Il Teatro Bellini, tra luoghi e staff, ha offerto ospitalità e supporto, a cui si è aggiunto il gruppo di Interno5. La scrittura da un lato strutturata e definita, dall’altra per adattarsi al dinamismo delle presenze o delle defezioni improvvise, ha avuto un carattere in divenire, che ha restituito il carattere mutevole della Compagnia di K.

 

2 Responses
  • Bablofil
    11 Marzo, 2017

    Thanks, great article.

    • francescodellacalce
      11 Marzo, 2017

      I’m really flattered. Thank you so much.

What do you think?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *