Lo chiamavano Jeeg Robot

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“E per che cosa mi dovrei pentire, di giocare con la vita e di prenderla per la coda, tanto un giorno dovrà finire, e poi all’eterno ci ho già pensato. E’ eterno anche un minuto, ogni bacio ricevuto dalla gente che ho amato.

Lo chiamavano Jeeg Robot
(di Gabriele Mainetti, Ita 2016)
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I

cantautori non scrivono canzoni. Raccontano la vita.

Siamo tutti supereroi. O Dei. Canta Lucio Dalla, in uno dei suoi capolavori. Bisogna crederci.

La città livida di questa storia sarà pure eterna ma parte da Tor Bella Monaca. Che non è un quartiere della capitale. Nemmeno una frazione. E’ una borgata. Trenta anni fa era pulita, nuova. C’avevi persino la comitiva, con Sabrina, Er Palletta e Michelino.

Adesso nel sottoscala dell’esistenza ci sta spazio appena per le cicatrici. Lo sguardo spento, la voce roca, un buco come tana. I vasetti di yogurt a riempire il frigo vuoto e qualche porno buono per farti le seghe. Cordoni di un’adolescenza cristallizzata in canna.

Giusto le mani nella merda ti resta da mettere. La tosse è dentro l’anima. Le sigarette c’entrano poco.

Qualcuno direbbe: “c’è molta speranza, ma nessuna per noi”.° Se quelli imbolsiti dagli anni leggessero scrittori praghesi di lingua tedesca, un mondo migliore non ce lo toglierebbe nessuno.

Invece non c’è tempo. Dall’altra parte della strada c’è il tuo specchio. Non vuole morire dentro a questo posto, gli fa schifo. A costo di sciogliere i rottweiler addosso al passato.

Quest’esordio di Gabriele Mainetti, (autoprodotto, la Goon Films è sua, nessuno ha voluto investirci dal 2010) supportato dalla sceneggiatura di Nicola Guaglianone e dal fumettista Roberto Marchionni in arte Menotti, merita un’attenzione che prescinda dal successo di pubblico (5 milioni di euro al box office) e critica (7 David di Donatello e 2 Nastri d’argento, più svariati altri premi “minori”).

Resuscita uno stile fermo in Italia da svariati decenni: il Cinema di Genere. Quello di Dario ArgentoUmberto Lenzi, Lucio Fulci, e moltissimi altri autori che hanno portato in scena la cinematografia popolare.

Mescolavano paura, fantastico, azione e comicità. Persino volgarità all’occorrenza. Il pubblico apprezzava.

Il poliziottesco, i polar, il giallo, l’horror, lo sci-fi, gli spaghetti western (e i sottogeneri da exploitation) stanno lì. Non sono etichette. Hanno formato un immaginario che ha inglobato generazioni.

Senza di esso, Quentin Tarantino non sarebbe il visionario che amiamo.

Del resto, la fantasia qui non è mai mancata. Mezzo secolo fa Alberto Sordi diventava Tarzan nella marana, e ora un tuffo involontario nel Tevere sotto Ponte Sant’Angelo regala superpoteri.

Go Nagai, che il manga del titolo a metà dei ’70 l’ha proprio inventato, non immagina quanto i quarantenni di adesso (nati proprio in quel periodo, fatalità) rimangano degli eterni ragazzoni, seguiti dalle generazioni a venire.

Stracult in tv, spopola prima dell’invasione degli smartphone, dei pc di massa, e di tutto quello che spacca la memoria recente dal presente. Non è un caso.

Il regista romano di questo inside joke, col suo fare delicato, l’ha detto. “Tutto quello che ci ha emozionato è fonte creativa, va preservato e coccolato”. Coi ricordi, e quella sfera di emozioni che appartiene solo a noi.

Il cinismo va lasciato da parte.

Perché la gente, come dice Enzo Ceccotti (in una scena purtroppo tagliata): “E’ na manica de pezzi de merda che pensano solo ai cazzi loro. A questi de esse salvati nun glie ne po frega de meno. O sai che vònno tutti? Vònno svortà, vònno diventà ricchi. Na bella rapina in banca, sette ottocento testoni e vaffanculo a tutti! Lo sai che te dico? E’ quello che voglio pur’io.”

E’ dura non farsi fregare dalla rabbia, quando sei gia stato fregato da tutto il resto. Però c’è una lei, fortunatamente. Testarda quanto vuoi, picchiatella, fata e strega assieme. Indossa pure l’abito del negozio dei giocattoli meglio di una principessa. Mette a pensare.

Claudio Santamaria si appesantisce con grazia. Ilenia Pastorelli esprime una malinconia strascicata. Fa male ogni volta che la osservi. L’inquietudine femminile certe volte è una fotografia.

Luca Marinelli invece, merita un discorso mirato. Protagonista da un bel pò per Virzì e Costanzo, è passato persino nell’Oscar di Sorrentino. Ruoli introspettivi, si scrive così. Lo avevano notato in pochi. Fino a “Non essere cattivo” di Calegari, fratello minore di questo “Zingaro”, col romanesco finalmente fuori dai denti.

La sua vigliaccheria spaccona e disperata, è pure la nostra. L’infelicità non esiste solo sullo schermo. Più che Joker di Robinson e Kane, da bravo nipotino di Franco Citti, ricorda il gobbo di Dardano Sacchetti e Tomas Milian.

Vai a spiegarli gli ultimi trent’anni di un Paese dove tutto finisce sempre in caciara. Momenti, stralci di memoria confusi. Cose belle, altre assai meno. Un melting pot.

Il motel Casilino, l’Altare della Patria, la magia di quando sali le rampe in uno stadio, i graffiti, i graffitari, “i turchi che parlano turchese”. Le donne che quando s’innamorano sembrano tutte sceme e poi invece diventi scemo tu appresso a loro.

Masturbarsi dentro qualcuno evidentemente non funziona.

La sinistra antagonista, la destra oltranzista, le scarpe di camoscio. L’amuchina, lo stradario, il ministro Amaso, la regina Himika. YouTube e le visualizzazioni. Roma Nord, le giostrine sfigate coi colori stinti, il Foro Italico a Monte Mario.

Il rispetto, le spade alate sul petto. La Curva SudKill Bill e “il nastro adesivo della bionda con la tuta gialla”. Il Grande FratelloBuona DomenicaOrwell e Venditti violentati in contumacia dalla tv generalista.

Almeno la musica pop aveva dignità e ti lasciava indietro col distacco. Le signore ad esempio, non uscivano dai talent. Sbattevano la faccia contro il mondo che nemmeno la povera Alessia. Difficile rinascano tutte assieme Nada, la Oxa, Gianna Nannini e la Bertè.

Di questo lungometraggio storce giusto il neo dei napoletani (Antonia Truppo, Salvatore Esposito, Gianluca Di Gennaro). Bravi e troppo defilati. Altrimenti quest’esordio sarebbe stato perfetto nelle sue imperfezioni.

Tanto, di certo, la bellezza del racconto non è in discussione. Sopra e sotto le righe, attraverso i suoi protagonisti, sussurra l’impossibilità di campare nascondendosi. Esiste una misura, un equilibrio. Per urlare e stare zitti.

Abbiamo una sola chance. E ce la meritiamo. Per non avere rimorsi. Per non lasciare rimpianti.

“Ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse un tentativo?” °°

 

 

° Nessuna passione spenta. Saggi 1978-1996 – George Steiner

°° Oceano / Volume 8 – Fabrizio de André

 

 

 

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