La maggior parte di noi ha bisogno di uova – Il Cinema di Woody Allen

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“Troppe volte non va, entusiasmi diversi, ma purtroppo si sa non è poi così facile amarsi, a me piace lo sport, una vita più dura, a te piace legger molto e sentirti più sicura.
Molto spesso non è un sottile egoismo, molte volte si tratta di pazienza, di vero eroismo,
la tua vita con me è una lunga lezione, ti capisco se mi odi canticchiando una canzone”

C

hissà se Lucio Battisti in quel 1980 durante il quale  terminava il sodalizio con Mogol, rompendo col passato, gli schemi e le pubbliche apparizioni, sarà andato al cinema a vedere “Stardust Memories”.

Se l’ha fatto si sarà sicuramente consolato. Almeno per un paio d’ore.

Sandy, l’autore in crisi esistenziale che dopo tanti successi, prova a fare un film ermetico e non commerciale, scontrandosi inevitabilmente coi produttori, ha molti punti di contatto col cantautore più famoso d’Italia.

Perché, fantasticherie del sottoscritto a parte, anche Woody Allen, dopo l’affermazione clamorosa, gli Oscar, le soddisfazioni al botteghino, cominciò una svolta personale niente male. Totalmente ispirata ai grandi autori europei da lui amati. Ingmar Bergman e Federico Fellini su tutti.

Il primo lo folgorò al liceo con “Monica e il desiderio”. (1) Gli indizi e le prove stanno lì: “Amore e guerra”, “Interiors”, “Hannah e le sue sorelle”, “Harry a pezzi”, “Settembre”, “Mariti e mogli”.

Il secondo incise chiaramente quale modello per “Manhattan”, una nobile crasi del film precedente e qualche titolo già nominato sopra. Isaac a fare Mastroianni, la Grande Mela a richiamare Roma. (2)

Nel mentre però, la canzone di prima, mi è rimasta nella testa.

“Ah, questo amore, ma che strano sapore,
sa di pianto, sa di sale, non mi piace però, farne a meno non so”.

Sembra uscita dal finale di “Io e Annie”, per l’appunto. Laddove Alvy parla di uova e amore, a proposito di una barzelletta.

Ok, la smetto. Parlare di un regista “di famiglia” per me (e la gran parte dei fan), non è semplice.

Monografie numerose e agiografiche, ricche di aneddoti e retroscena circa la straordinaria carriera, traboccano dagli scaffali di ogni libreria di settore.

Citare un genio, è un rischioso esercizio. Allora non resta che dire la verità. Questo straordinario intellettuale ha cambiato le nostre prospettive. Sostenerlo non è esagerato.

L’ironia feroce con la quale ha preso in giro se stesso e lo spettatore, immedesimatosi con lui, è qualcosa di prezioso.

Una mole di ormai cinquanta titoli rischia di pareggiare un percorso artistico enorme. Molti capolavori. Parecchie storie interessanti, originali, divertenti, commoventi. Persino tese.

Come la vita.

Che tanto piace al più celebre umorista contemporaneo, nato Allan Stewart Königsberg New York, nella metà degli anni ’30.

Il più europeo tra gli americani, dunque. Venuto non caso a girare spesso e bene, qui nel vecchio continente. Raccontando crisi esistenziali, miserie e presunzioni borghesi. Dileggiando persino la stessa comunità ebraica da cui proviene.

I riferimenti letterari, filosofici, addirittura analitici, arricchiscono l’introspezione di ogni lungometraggio. La banalità mai sfiorata, attenua il ritmo incessante di copioni realizzati e previsti.

La leggerezza calviniana con la quale offre ogni volta uno spunto, “giustifica” contesti, trovate e trame diverse tra loro.

E poi, tolta quella patina di finto cinismo da brutto anatroccolo affascinante, ha parlato d’amore, dei sentimenti, del sesso.

Senza retorica, con passione. In maniera inconsueta, sfruttando linguaggi e occasioni. Attori e situazioni al passo coi tempi.

Donne interessanti, belle davvero oltre il cliché. Interpreti importanti, mostri sacri e star del periodo.

Lui, presenza e assenza che non invade. Spalla e protagonista. Si è ritagliato lo spazio con misura. Gli ultimi scampoli (sottili) in “Anything Else”“Scoop” hanno lasciato il posto al direttore artistico.

“Prima, però, c’è stata la vita”, direbbe qualcuno. (3)

Il periodo slapstick, intanto. L’inizio. “Che fai rubi?” del ’66, pastiche del giapponese “Kagi no kagi”, parodia a sua volta delle spy stories in voga, “era così brutto che in sette stati americani aveva sostituito la pena di morte”.

Esordio seguito da surreali prime volte. Il finto documentario di “Prendi i soldi e scappa”, “Bananas”, “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso”, “Il dormiglione”, “Amore e guerra”.

Giungendo alle sophisticated comedies (Lubitsch ci ha costruito un mito), e la conseguente consacrazione urbi et orbi.

Attraversando scena e realtà con le donne della sua esistenza. Da Louise Lasser, l’ex moglie della gioventù, alla diciassettenne Stacey Nelkin (Tracy di Mariel Hemingway).

Alle muse. Diane Keaton (che ottiene la massima dedica cinematografica) e i Seventies. Mia Farrow (Mrs Sinatra) e gli anni ’80. Conditi da scandali, strascichi processuali e dall’incontro col grande Carlo Di Palma.

Finendo ai toni leggeri dei lavori successivi, alternati alla “scoperta” di una drammaticità inaspettata (“Match point”, “Sogni e delitti”, Irrational man”).

E fa nulla, se Philip Roth ai francesi di Lire dice che “sei il peggiore di tutti, un consumatore culturale, un caricaturista”. (4)

Risponderai elegantemente di sentirti in effetti un comico di night, con nessuna velleità da pensatore. Che non puoi smentire su due piedi chi rispetti e ritieni più profondo di te.

In fondo l’avevi presagito che “gli intellettuali sono come la mafia, si uccidono tra loro”. Altrimenti vallo a spiegare il respiro che ti fa essere simile ai personaggi dell’immaginario al quale c’hai legato.

La cartina di tornasole sta nel Jazz, in Groucho Marx, nei soldi per le puttane, in Kafka, e nei cantoni svizzeri.

Ancora in Dostoevskij, Gershwin, nei collant di Ursula Andress, in Saul Bellow, nella letteratura russa, in McLuhan, nella madre di Sheldon (una certa sitcom ti dovrebbe un caffè), in Capote e Strindberg.

Nel paginone centrale di Playboy, in MurnauTennessee Williams, nei ragazzini greci schiappettati da Socrate, in Brecht, nei cattivi riflessi, in Antonioni, nel pessimismo di Freud, in Sofocle, nella masturbazione, in Conrad e nei coniugi Berkowitz travestiti da alce.

La cialtroneria, mista alle idiosincrasie, alle ipocondrie, è segno d’umiltà. Far ridere di gusto e riflettere amaramente al contempo, è questione di stile.

Che come diceva uno che ti somiglia per tanti versi, “è una risposta a tutto, un nuovo modo di affrontare un giorno noioso o pericoloso”.

Sei aironi tranquilli in uno specchio d’acqua, o tu, mentre esci dal bagno nuda senza vedermi”. (5)

 

(1) “Woody Allen” di Florence Colombani | 2007 – Cahiers du Cinéma

(2) La dolce vita? Un film cattolico di Alberto Papuzzi | 30 Dicembre 2009 – La Stampa

(3) La grande bellezza (2013) – Paolo Sorrentino

(4) Philip Roth: come ti faccio a polpette Woody Allen di Tullio Kezich | 26 febbraio 2000 – Corriere della Sera  

(5) “Stile” (1977) – Charles Bukowski

 

 

 

 

 

 

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