Borotalco

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“Grande figlio di puttana, ma che amico per me, uno che ruba anche la luna, se la deve dare a te”

Borotalco
(di Carlo Verdone, Ita 1982)
***

 

S

e dovessi pensare a una storia che incarni gli anni ’80, al netto dei sottogeneri, penserei a questo film.

Lo realizza un tipo che faceva il fesso solo in scena. Nella realtà era una scheggia. Il pezzo della colonna sonora, cantato dagli Stadio e dedicato al loro chitarrista, glielo si potrebbe incollare.

E poi, da quegli anni, si sa, non si esce vivi. (1)

Soprattutto dall’inizio di quel decennio. Per certi versi speculare agli anni ‘6o del “Boom economico”. L’idea di spensieratezza caciarona relativa a quel momento è persino commovente.

I venditori porta a porta di enciclopedie, i flipper nei bar, il colpo di clacson per far scendere la ragazza, i giornalini stile “Ragazza In”. I telefoni fissi con la rotella e quelli pubblici a gettone. Le “emoticon” disegnate a mano coi pastelli colorati nei diari.

Niente cellulari, né social network. La vita dei giovani era semplice e  rapida. Ma si diventava grandi subito. Inevitabilmente i matrimoni cominciavano a scricchiolare in anticipo. “Bianca” di Moretti, nella stessa città, lo spiegherà di lì a poco. Con diversa e profonda leggerezza.

Sergio Benvenuti è un’icona. L’omaggio dei nomi ai due mentori (Leone, il produttore, Leonardo, lo sceneggiatore) del regista romano la dice lunga.

Rappresent(er)a noi tutti. La tentazione di impostare la voce e la vita. Credendo di renderci migliori agli occhi di chi ci piace. Pare un segreto da maschera pirandelliana. O di Pulcinella.

Comunque è la svolta di Carlo Verdone. Che dopo il successo al botteghino dei due precedenti lungometraggi, si sgancia dalle sicurezze dei padri putativi. E diventa uno degli autori comici più divertenti (e importanti) del panorama nazionale.

Cinque David di Donatello (miglior film, miglior attore protagonista, miglior attrice protagonista, miglior attore non protagonista, migliore colonna sonora) e un paio di Nastri d’argento.

Nessuna macchietta da cabaret, stavolta. In cambio, un ruolo da protagonista. Coadiuvato da interpreti di livello.  Eleonora Giorgi, ad esempio. Perfetta nel presagire le generazioni a venire. In quel tracciato che passa tra i venti e i trent’anni d’età. Pasciuto nella tardo-adolescenza che si nasconde al futuro. Coi biglietti dei miti a buon mercato stretti nella mano prima del concerto.

“La verità non esiste, la vita è un palcoscenico. E’ fatto di grandi attori e da comparse”.

Angelo Infanti, ça va sans dire, è meraviglioso. L’avventuriero esotico, che si divideva tra Laura GemserKarin Schubert, non ha soltanto le physique du rôle e il sorriso disarmante del seduttore.

E’ l’attore completo che non fa rimpiangere alcun mostro sacro (si parlava addirittura di Gassman) in origine preposto alla parte.

E’ il miglior Manuel Fantoni possibile. La bellezza della sua maturità, la voce suadente che attraversa bandiere liberiane, fanno mitologia cinematografica contemporanea. I trascorsi artistici, del resto,  suggeriscono rispetto. Non è detto che fossero tutte fregnacce.

Mario Brega, infine, chiude il circolo virtuoso. Un suocero che indossi quel concetto di romanità spavalda e di quartiere (ruvida, “delicata” e un pò cazzara), oggi sarebbe impossibile da reperire quanto la montatura dei suoi occhiali.

“Senti sto’ prosciutto t’ho detto è dorce. E’ ‘nzucchero a Sergio, ‘o senti!? E st’olive ‘e senti? Queste so’ greche, ao!”

Un mix tra Aldo Fabrizi, Franco Citti, e Franco Califano. Eredità del precettore di cui sopra. Ma soprattutto intuizione geniale di un giovane e lungimirante direttore artistico.

Il resto è la nostra eredità di spettatori. La descrizione di un Paese che non rivedremo. Quello del mondiale di calcio in Spagna, delle metropoli provinciali, delle Fiat Cinquecento molto utilitarie e poco fiche.

Delle imbasciate pagate cinquantamila lire. Delle drogherie. Degli amici che si riuniscono in un appartamento tanto per stare insieme.

I ricordi sono un nastro che s’avvolge in automatico.

I colossi della musica, le vesciche ai piedi, il borotalco del titolo nei calzini. La morte di John Lennon, “Il sangue di Bacco” che fanno ad Avezzano, i capelli che restano al pettine. Le roulotte, le stampe sulle canotte, il segno zodiacale dello Scorpione (che“in genere ritorna”). Moana Pozzi appesa al muro dei convitti e immersa nelle vasche dei finti architetti.

Oppure i pattini a rotelle in galleria. I viaggi di nozze nelle isole locali. Via della Farnesina e via Lampridio CervaRenato Zero che bacia con la lingua. Il treno in corsa a Maccarese. Lo iodio.

“dù chiodi” di Rachel Welch, i giubbotti di jeans, Richard Burton che vomita sulle moquette. La doppiezza delle situazioni e delle contingenze.

La foto di Renzo Chiesa che spunta tra le locandine del Teatro Tenda di piazza Mancini è uno spaccato sociologico. (2)

Lucio Dalla è un passamontagna con gli occhiali poggiati sopra. “L’ultima luna”, “Cara” e “Meri Luis” fanno da stacchetto. Hai presente il lusso?

Cuticchia Cesare, dal nome che non appoggia, ha ragione da vendere. “L’abito fa il monaco” e “ogni lasciata è persa”. Perchè le donne vogliono sognare. Scappare dalla monotonia. A costo di sentirsi dire altre bugie nelle scale dei parchi residenziali della Ferratella. Vicino all’EUR.

Un libro colombiano che verrà, suggerisce che “si smette di dire bugie perché si perde l’immaginazione, ma non c’è nulla di affidabile nelle proprie verità”. (3) Ecco, contano i sentimenti.

“Ehi Manuel, t’ha piu chiamato Dustin Hoffman?”

(1) Non si esce vivi dagli anni ’80 (1999) – Afterhours

(2) «Rock e altre storie» negli scatti di Renzo Chiesa, il fotografo che amava Dalla e i Rolling Stones di Francesco Prisco | 10 Settembre 2015 – Il Sole 24 Ore

(3) “C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo” di Efraim Medina Reyes | 2002 – Feltrinelli 

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