Carlo Verdone, grande figlio di puttana

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“Andai a fare un esame e dissi che ero preparatissimo su Bergman. Il professore mi chiese tutto su Georg Wilhelm Pabst. Non sapevo niente e mi bocciò. Io gli dissi: “Ma papà stai scherzando?” E lui rispose “Mi dia del lei!”

uesto gustoso aneddoto (1) accennato spesso da Carlo Verdone, che poi si laureò davvero alla Sapienza, nonostante la deontologia del padre Mario, famoso critico cinematografico, rende il clima degli anni ’70 in cui è cresciuto il regista romano.

Che magari non sarà il figlio di puttana che intendevano Dalla e Baldazzi, quando dedicarono la canzone al chitarrista degli Stadio, Ricky Portera, ma sicuramente è stato molto più scaltro dei suoi personaggi parecchio imbranati.

Perché dal cabaret di Enzo Trapani sulla Rai in prima serata, magari ci passi per il cognome che porti. Ma al pari di un calciatore che segue le orme di famiglia, poi in campo devi andarci tu. E lì il sangue non conta. Parafrasando la Duras, se sei un fesso, si vede subito. (2)

Non a caso, passata la sbornia televisiva, rifiuti tutti quelli che cercano i tuoi personaggi e i loro relativi tormentoni. Hai detto no pure alla “cassetta” di Festa Campanile e Celentano. (3)

Però, quando chiama addirittura Sergio Leone, la situazione si stravolge. Vuole produrre. Ti spinge a dirigere.

Poco più di un mese di riprese, e il playboy sfigato Enzo, l’hippy Ruggero e Leo il bonaccione (ispirato dall’amico d’infanzia, Stefano Natale), sono già nel mito. Con un incasso di 2 miliardi e mezzo di lire a fronte di un quinto della spesa.

Il replay è repentino. Chi t’ha lanciato sa che il ferro va battuto caldo. Altro racconto a episodi, dunque. E nuova commedia (on the road), con la scusa del voto elettorale.

Furio il chiacchierone e la Giardinetta bianca in fase di rodaggio. Pasquale dalla Germania a bordo dell’Alfasud senza una parola. Mimmo a Verona dalla nonna, “grande, grosso e fregnone”, alla guida della 1100 verde.

Il successo è legittimato e certificato.

Così, arriva “Borotalco”. Il primo film senza scenette. Un solo protagonista, e una storia semplice che fotografa gli anni ’80. Cambiava Roma e pure l’Italia, dopo un decennio di tensioni politiche e sociali.

Stavolta tocca affidarsi a Cecchi Gori. C’è un cast di tutto rispetto e una grandissima colonna sonora. Con la Giorgi che ti affianca, e le particine di raccordo di due bravi figli d’arte. E’ la consacrazione. Anche di critica.

Tutti i David di Donatello possibili e altri premi congedano gli sketch cari alla gente. La popolarità assume finalmente un volto definito.

Nasce quell’autore malinconico che svilupperà una tematica in 25 lungometraggi (ad oggi) niente affatto male. Che al netto dei complimenti esagerati, diventa storia della commedia italiana, perlopiù sentimentale. Quelle corde che non vanno solo in direzione dell’amore in senso lato. Ma della tenerezza. Pure un pò cialtrona.

La “scoperta” di Mario Brega, Sora Lella, Angelo Infanti, e in misura ridotta di Isabella De Bernardi, Fabrizio Bracconeri, Isa Gallinelli, e Irina Sanpiter, rappresentano una medaglia ulteriore.

Le espressioni, le trovate, i monologhi interi ricordati a memoria dai fan, acquistano autonomia collettiva.

Manuel Fantoni opta per il mare, il prosciutto è “dorce” e le olive “so greche”Er Principe ha una mano che po esse fero e po esse piuma”, Magda non ce la fa più. Fiorenza al padre “gli ha già sputato in faccia”.

“Annamo bene, proprio bene”. Ammetterlo non esprime presunzione alcuna.

La conferma si ha col delicato “Acqua e sapone”. La poetica innescata si consolida.

Non la “sporca” il giro di partecipazioni non sempre memorabili (“Grand Hotel Excelsior”, “In viaggio con papà”, “Cuori nella tormenta”, “7 chili in 7 giorni”) che stavolta come interprete ti convince a fare qualcosa di commerciale con Abatantuono, Lello Arena, Pozzetto e il padrino Albertone.

Le direzioni successive perdono smalto alla stregua degli impegni in questione (“I due carabinieri”, “Troppo forte”, “Io e mia sorella”), giungendo a ridosso degli anni ’90 (e del futuro) con lo stesso leitmotiv.

Opere che restano nell’immaginario, e fasi di passaggio inevitabili. Con alcune pennellate che Enzo Siciliano definirebbe bei momenti.

“Compagni di scuola” del resto, inaugura una demarcazione ulteriore. Sta mutando la società, cambia il proprio corpo e la faccia. Succede anche ai coetanei Benigni, Troisi, e Francesco Nuti.

“Maledetto il giorno che t’ho incontrato” (il nostro “Harry ti presento Sally”) è assai riuscito. Infatti ottiene consensi e premi meritati.

A quarant’anni o giù di lì, una produzione esagerata alle spalle, e niente da dimostrare più.

Gli spettatori continueranno a seguire le uscite in sala, prendendosi il buono di un mondo che ormai riconoscono a occhi chiusi.

Basta afferrare i riferimenti scelti che fanno ridere al solo pensiero, quando si è tristi.

Tony Sarnano, il tastierista dei “Fiori e Frutta” che Asia Argento, povera lei, non conosce. “Bella senza trucco” di Romeo al Cantagiro 1972/73. La cartina di tornasole delle litigate tra un uomo e una donna che Gilberto e Tiziana fanno sotto casa degli amici.

La sensazione che la Morante e la Buy valeva la pena rivedertele vicino, Armando Feroci agente immobiliare che pare la caricatura di Venditti e esalta “a modernità de Dante”“Collant Collant”, e il Samurai d’argento in Giappone di Ciardulli.

Gianni Minà, uno di quei “colleghi generazionali”, l’ha definito “lieve, più forte dell’arroganza”. (4)

Nemmeno tu scherzi. Il paragone con Sordi, a pensarci adesso, ti sta persino stretto.

 

(1) Quella volta che un professore bocciò il figlio: Carlo Verdone di Nino Luca | 26 Giugno 2009 – Corriere della Sera

(2) Palla lunga e pedalare (1992) – Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi | Dalai Editore

(3) Tuttoverdone (1999) – Antonello Panero | Gremese

(4) Massimo Troisi: lieve, più forte dell’arroganza – Gianni Minà | Giugno 1994 – giannimina.it/L’Unità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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