L’africano

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“La tua poesia è una nave pirata
e io che mi sento pirata nel cuore,
io voglio perdermi nella tua strada
fiero di essere Italia minore

L’Africano
(di Laura Mandolesi Ferrini, ITA 2018)
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C’

è un Italia sottotraccia. Non la trovi sui radar o nei correttori automatici dei telefonini dal lessico incerto.

Matteo Salvatore, ad esempio, non sapeva leggere. Nemmeno scrivere. Lì dalle parti di Foggia sul Gargano. Eppure Calvino, che col linguaggio ci faceva l’amore, ebbe a dire esplicitamente che “le sue parole noi le dobbiamo ancora inventare”. (1)

Eugenio Bennato aggiunse questa perla. Parlando di un Paese altro. “Controcorrente”. “Che sceglie la sua canzone”. A prescindere dalle mode stupide. Dalla miseria culturale nella quale ha deciso di annegare. (2)

“L’Africano” di Laura Mandolesi Ferrini, giornalista RAI e regista appassionata, segue cotanta nobile scia. Con un mediometraggio. Un film documentario, precisamente. Presentato fuori concorso al Giffoni Film Festival. (3) E’ un periodo proficuo per questa forma d’opera audiovisiva. Francesco Patierno e Susanna Nicchiarelli, in queste settimane proprio, sono stati premiati per i loro due piccoli gioielli “Diva!” e “Nico, 1988”. Nastro d’argento e David di Donatello (rispettivamente) testimoniano un’attenzione nuova.

Perchè raccontare qualcosa che hai visto e vissuto col tuo sguardo prelude un impegno serio. Laura è rimasta folgorata da villanelle, moresche e tammurriate. Merito de “La Gatta Cenerentola” di Roberto De Simone. Che negli anni ’70 rinverdì “Lo Cunto de li Cunti” di Giambattista Basile (Boccaccio ruspante e partenopeo). Aggiungendo a questa fiaba seicentesca lavandaie, femminielli e figure assolutamente non convenzionali.

Così, gli studi antropologici, la specializzazione a Parigi in Cinema Etnografico, la portano a saldare quel debito contratto con la magia che le ha cambiato la vita. Mediando la visione di Jean Rouch, capostipite del genere. La “gatta” di quel titolo mitico infatti è Napoli. L’approdo in Campania diventa inevitabile.

Isa Danieli, Peppe Barra, Teresa De Sio (che fanno capolino commossi e compiti in punta di piedi) assieme a Marcello Colasurdo, Eugenio Bennato (di cui sopra), Pietra Montecorvino e Cristina Donadio, non li troviamo per caso. Integrano un racconto di storia vera. Fuori dagli schemi. Dieci anni fa è morto un pezzo di comunità.

Pagani è una città dell’Agro, ma da qualche parte nasconde il mare. I vicoli sono bagnati di pietra scura. Sarà che è terra difficile assai. Uguale a quella che dista pochi chilometri. “‘O vicino è ‘mmiezo parente”. Si sa. Del resto, il Vesuvio da qui lo cogli bene ancora.

Il destino lo porta tutto nel nome. Franco Tiano le ha regalato un’identità. Sa di tagliolino al sugo e carciofi arrostiti. Sangue e terra. Nei toselli c’è una festa che è la Festa. Con la “e”aperta. “Scomparsa. Ripartita. Trasformata in una cosa ancora più grande”.

Ad Alfonso Tramontano Guerritore, poeta, scrittore e figlio illustre di questo popolo orgoglioso, raccontò che quando c’è un conflitto d’amore (di passione, d’amicizia), la danza racchiude tutto. E’ un “Ok Corral” buono per dirimere ogni questione lasciata in sospeso. (4)

Occhi negli occhi. Quasi un confronto fisico. Di sesso, odio e (b)bene.

Lo leggi pure nelle pupille chiare della gente. Commozione asciutta e un filo amara. Mani gonfie per una settimana di tammorra. Da piazza Sant’Alfonso senza traffico, di notte, alla villa comunale che come lo squarcio di un’onda si apre alla folla.

E lui, torero hemingwayano, smagrendosi pagava sulle punte il dazio alla carne. Rimane lì. Nelle foto in bianco e nero. Nei matrimoni officiati alternativamente. Nei video dei portatili, moderni album di ritratti da cerimonia. Nipote di Annibale, “spuntuto” e spigoloso. “Animale da palcoscenico”. Sciamano e santone. “Certe volte maschio, certe altre femmina”. “Dolce, violento, e misterioso”.

Ha ragione Peppe: era la Madonna delle Galline in persona. Ci si identificava. Perchè questo evento, è giusto ricordarlo, attiene alla Madonna del Carmine. In un’ottava di Pasqua dei primi del Seicento fu riportata alla luce dalle femmine del gallo. Compiendo in seguito 0tto miracoli di fila.

“Vox populi, vox Dei”. Anzi, “voce ‘e popolo, voce ‘e Dio”.

“La forza del Passato che nella tradizione trova il suo amore”, parafrasando il più grande intellettuale italiano degli ultimi anni, è una ferita dell’anima. Non deve rimarginarsi. Dimenticare equivarrebbe a morire lentamente. Spegnendosi senza memoria. (5)

Meno male che, invece, c’è la carnalità di Aldo Padovano, la visceralità di Santino Desiderio, il trasporto garbato di Brigida Civale, Gerardo Ferraioli, Gaetano Del Mauro. Sentimenti che confluiscono naturalmente  all’interno di “Ambress’ Am…press”. L’associazione che nello storico Palazzo Pinto imprime le “Istantanee” dei valori. Sacralità fuori dal tempo per chi vuole rubare un pò d’anima e un brandello di quei momenti. (6)

“Il sangue cammina, non è acqua. Le tradizioni, i patrimoni vanno trasmessi”.

Il cuore degli ‘E Zezi di Marcello si chiede che senso avrebbero altrimenti le altre Madonne a Montevergine o a Sant’Anastasia. Se non si sentisse la religiosità nell’accezione più pura.

Dobbiamo provare a giocarla facile. “Confusi da molta roba inutile, si fa fatica a individuare l’Arte. La genialità sta nella sua semplicità”. Ha ragione Pietra.

Mentre Eugenio canta alzandosi dal divano. “Festa a lu paese d’ ‘a Madonna nera, pecche è riturnata sulo pe stu mese”. Spunta via Caracciolo. L’avevo anticipato che c’erano acqua e sale.

I racconti prevedono poche barriere geografiche. Sono un flusso.

Buenos Aires e l’ambasciata italiana. Le processioni, le comari, le litanie. La libertà di sciacquarsi la faccia in una fontana. I sette ruoli a Spoleto. Isa che “si sentiva squagliare”. Il talento, la voglia di fare. Le cacate dei piccioni, il canto a fronna. L’improvvisazione che non ha bisogno di palchi.

La vita non fa sconti a nessuno. Però se riesci a viverla respirando forte, le dai un senso. Una dignità. I ricordi di chi ti ha preceduto li annusi prima. Poi li fai tuoi. Tempo da perdere non ce n’è. Il battito, in fondo, resta lo stesso. Un bicchiere di rosso bevuto in un solo colpo. Senza fiatare. “Fingere che è dolore, il dolore che davvero senti”. (7)

“Franco Tià, Africà, te voglio bbene”.

 

 

© Istantanee dalla Festa – Ambress’Am…press

© Rosa Allocco (Giffoni, 2018)

 

(1) “Lu bene mio” (16/07/2015 – La Repubblica) di Ernesto Assante e Gino Castaldo  

(3) “L’africano” di Laura Mandolesi Ferrini – Fuori Concorso Giffoni 2018

(4) “Ho visto Franco Tiano” (21/04/2017 – Saleincorpo.it) di Alfonso Tramontano Guerritore

(5) Pier Paolo Pasolini, “La ricotta” (PPP Centro Studi Casarsa della Delizia) di Angela Molteni

(6) Istantanee dalla Festa – AmbressAm…Press

(7) “Un baule pieno di gente: scritti su Fernando Pessoa” (Feltrinelli, 1990) di Antonio Tabucchi

 

 

 

 

 

 

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