Bob, you talkin’ to me? – Il Cinema di Robert De Niro

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“Una volta, Tom Waits si è autointervistato. Ha chiesto a se stesso: «Che cos’è un gentiluomo?». E si è risposto: «Un gentiluomo è un uomo che sa suonare la fisarmonica, ma non la suona».”
 

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aolo Sorrentino un pò di tempo fa ha scambiato due chiacchiere con Tom Waits per conto di un settimanale rosa. (1)

Nel corso di questa meraviglia, con cenni sparsi su Fellini, Altman, e Keith Richards, il cantautore ha espresso un concetto universale. Specialmente di fronte a un uomo di Cinema.

Se capisci qualcosa di una certa situazione, puoi provare a farlo. Non devi essere un gangster per raccontare una storia di gangster. Sai, le canzoni sono come far uscire dell’aria da un palloncino».

Sembra il ritratto di Robert De Niro.

E’ una questione di talento e (sana) pervicacia. La seconda se vuoi, chiamala perfezionismo, metodo. Il primo sta nelle scelte. “The talent is in the choices”. Te l’ha detto la tua prima insegnante. (2)

Nascere a New York nel Greenwich Village, da due pittori in confidenza con Henry Miller e Anaïs Nin, fa intuire subito che le capacità non basteranno da sole. Specie se papà (uno dei più grossi astrattisti americani) ti lascia a Little Italy con tua madre.

Ha realizzato d’averla sposata per convenzione e affetto maturato tra i banchi di scuola. La sua omosessualità è diventata una certezza. Gli amori illustri con Tennessee WilliamsJackson Pollock, e Robert Duncan, te lo faranno conoscere soltanto a ritroso. Un documentario si rivelerà complice. (3) 

Però sei italoamericano quanto lui. I tuoi bisnonni, fatta salva la parte irlandese che hai nel sangue, vengono da Ferrazzano, Campobasso. Per gli amici, Giovannino e Angelina.

E’ un particolare affatto secondario nella tua vita. I dintorni di Matera, Foggia e Palermo si intrecciano a tre registi. Prossimi mostri sacri della New Hollywood. Quella che trasforma loro in autori e te in un’icona.

Dice che “Il Mago di Oz” fa vincere la timidezza. Così a dieci anni sai già che vuoi fare. Neanche termini le scuole superiori e sei con Stella Adler. Il seguito alla 44ª dell’Actors Studio è automatico.

Il sodalizio coi “paisà” è pronto a materializzarsi sul finire degli anni ’60. Arriva Brian De Palma. Una particina iniziale mal distribuita. Poi, però, “Greetings” (Ciao America”) e “Hi Mom”.

Echi naïve da Nouvelle Vague, tanto inevitabile Vietnam (che tornerà), e un discreto voyeurismo impresso alla faccia sorniona in dotazione. Per chi non mastica l’inglese, spunta pure la voce di Ferruccio Amendola. I ragazzi, oggi, direbbero che lo starter pack è completo.

C’è persino un Orso d’argento al Festival di Berlino (ex aequo con Elio Petri). Per “l‘allegro anticonformismo e per l’inappuntabile lavoro di gruppo dei suoi attori e del suo regista”. Il percorso si preannuncia niente male.

Tre o quattro partecipazioni a lungometraggi non memorabili (Shelley Winters ti presenta Corman) preludono alla svolta. Martin Scorsese accelera i toni nel 1973. “Mean Streets” è acerbo. Ma geniale. Un archetipo di tante storie che verranno.

Johnny “Boy” Civello frega la scena a Harvey Keitel, non uno qualsiasi. La Lower Manhattan è una fotografia. “Jumpin’ Jack Flash” graffiata da Mick Jagger apre ingressi che apprezzerebbe Tony Pisapia de “L’uomo in più” (l’intervistatore di cui sopra confermerebbe).

La staffetta virtuosa avviene con Francis Ford Coppola. Il clamoroso successo de Il padrino” (“The Godfather”), impone un sequel che non si può rifiutare.

Il regista nato a Detroit (di origini lucane) aveva apprezzato il provino per la parte di Sonny. Nonostante l’avesse data (con profitto) a James Caan. Trovarti a fare il fratello di Al Pacino, il tuo “gemello”, sarebbe stato troppo epocale. Gli dei della celluloide probabilmente l’hanno pensata così.

Sta di fatto che quel tentativo vale la parte del giovane Vito Corleone. Servono sei mesi nella zona omonima in Sicilia. Buoni a imparare il dialetto del luogo. Nella versione originale reciterai in italiano con spiccato accento siculo. La gente mica lo sa.

Il resto è storia: Premio Oscar come miglior attore non protagonista. E nemmeno il tempo di ritirarlo dalle mani dei presentatori (padre e figlia) Ryan e Tatum O’Neal. Sei di nuovo nel Bel Paese a girare con Bernardo Bertolucci. “Novecento”, non esattamente una sciocchezza. Se prima sei stato Marlon, ora sarai Burt.

La consacrazione ormai è a un passo. Di nuovo l’amico Martin, l’attore preferito Harvey (“Sport”, white pimp in canotta e cappello a falda larga), New York tra la 42esima e la 57esima. Ancora lo strascico del Vietnam, Cybill Shepherd sex symbol esagerato (che regge il confronto dentro e fuori le quinte, il privato con Bogdanovich spiega molte cose), Jodie Foster bambina”strappata” alla Disney e buttata sul marciapiede.

“Taxi Driver” scritto da Paul Schrader non è un cult movie. Di più.

E’ la sintesi di chi interpreta e non recita. Dal soliloquio riflesso “rubato” a Bruce Springsteen (4)(5), completamente improvvisato (il copione rimediava semplice: «Travis parla a se stesso allo specchio»)(6) , allo studio maniacale sulle malattie mentali e sul personaggio (la licenza del taxi giallo presa apposta).

E poco importa se a Los Angeles preferiscono “Rocky”. A Cannes è Palma d’Oro. Nel mondo, intanto, è immaginario tattile. Il taglio Mohawk, i cinema a luci rosse, la depressione, l’isolamento e la paranoia di quelli che non ce la fanno a reggere il ritmo perverso della società che di democratico non ha niente.

Modernità a distanza di retrovisore. Fa scuola fino all’estremo della parodia. L’ironia scura sfotte attraverso una smorfia un sistema che nostro malgrado ci inghiotte. E’ una ferita.

Potremmo fermarci. La straordinaria filmografia da raccontare ai nipoti c’è. Il meglio, invece, deve venire.

L’ultimo Kazan (tramite Fitzgerald) con Robert Mitchum, Tony Curtis, Anjelica Huston, Jeanne Moreau, Donald Pleasence, Jack Nicholson e l’esordio di una freschissima Theresa Russell, è snobbato purtroppo dal pubblico. Perdere la lezione del nichelino è un peccato.

Idem per il musical “New York, New York”. Impari anche a suonare  il sassofono accanto a Liza Minnelli. Sempre agli ordini del tipo che in precedenza ha trovato modo di spararti e farsi scarrozzare per una corsa indagatrice di corna conclamate. (7)

La prende male per il botteghino. Il titolo che si assesta tra i classici (Frank Sinatra canta per noi) è una magra consolazione. Infatti finisce in depressione.

Pausa. E’ il momento di andarci sul serio in un posto del sud-est asiatico (con le riprese in Thailandia). Il nome deriva dal termineviệt” (dal cineseyuèh”, meridionale”) e dal suffisso nam” (“terra”). “Terra verso Sud”, dunque.

Fai il giro largo passando dalla Pennsylvania. L’incontro con Michael Cimino cade a fagiolo. Ha diretto un solo racconto con protagonisti Clint Eastwood e Jeff Bridges. E’ minuzioso. Non ama i tagli sul girato.

Ti spaccia come agente per conoscere gli operai di un’acciaieria. Cala meglio nel ruolo. Permette agli stunt di schiaffeggiarti assieme a Christopher Walken per la (celebre, è abbastanza?) scena della roulette russa. Che in nome del realismo si inventa uno sputo a sorpresa. Logicamente ti incazzi.

Capolavoro? Si. Lo integrano Meryl Streep e John Savage, guadagnandoci la meritata fama. Voce di popolo narra che copri personalmente affinché John Cazale partecipi nonostante stia morendo. La produzione starnazza. Teme di risarcire lo sguardo triste di chi in una mano di tavolo ha dato quello che i presuntuosi sognano in esistenze intere.

“Il Cacciatore” (di cervi) marca cinque Academy Awards“Can’t take my eyes off you” di Frankie Valli, cantata da ubriachi in piena mattinata, teme solo il giudizio delle suore ciccione. (8)

Adesso tocca recuperare l’amico depresso. La cocaina e gli psicofarmaci l’hanno messo knock-out. Una biografia funge da scusa. Di cadute al tappeto se ne intende. L’hai notata parecchio tempo fa. E’ di Jake La Motta, il pugile della “Big Apple”, la tua città. Quello dal carattere impossibile e delle sfide a Sugar Ray Robinson.

Che chiederà alla United Artists un indennizzo relativo alle sedute dal dentista. E alla costola che gli rompi durante l’anno solare di allenamento. Metti trenta chili utili a immergersi nel bianco e nero di Michael Chapman.

Lasci fare al montaggio di Thelma Schoonmaker e del tuo compare. Che nel mentre si riprende grazie all’aiuto del padre Charlie. Nel Bronx scopri un fratello extra piece, Joe Pesci (quasi esordiente), e (al debutto) una femmina sensuale, Cathy Moriarty. La gelosia della sceneggiatura nemmeno la devi spiegare.

L’Oscar per il protagonista, a questo punto, è un risarcimento. “Raging Bull” (“Toro scatenato”) è un trionfo di critica. Chiedere informazioni all’American Film Institute. Scorsese realizza che non sarà l’ultimo lavoro come paventava. Comincia a godersela. Sposa la Rossellini (con separazione veloce) e appare in un cameo de “Il pap’occhio” di Renzo Arbore.

Un passaggio da monsignore al fianco di Robert Duvall per “True confessions” e ancora un’opera (siamo a 5) con l’ex marito della rampolla di Ingrid Bergman. Ennesimo scatto sul parossismo della società contemporanea.

Jerry Lewis imbolsito e gelido. Sandra Bernhard schizzata il giusto. Una comparsata fugace dei Clash e le musiche di Robbie Robertson. Il cult è servito.

Nel frattempo, Sergio Leone rimugina sul canto del cigno. E’ meticoloso, lo ritarda anno per anno. Maestro degli “Spaghetti-Western”, può concederselo. Romano “de Roma”. Asciutto, senza fronzoli. Sa cosa vuole. Ha immaginato un unico “Noodles” in “C’era una volta in America” .

Il sorriso enigmatico da “cupio dissolvi” nella fumeria d’oppio, tra l’analessi e la prolessi di un’epopea, è tutto tuo.

Si chiude un cerchio. Intorno ai quaranta, quando gli altri cominciano a lavorare davvero, sedersi aspettando la stella sulla Walk of Fame avrebbe un senso. I venti lungometraggi cui hai dato (letteralmente) corpo sono memorabili. La qualità in percentuale è impressionante.

Il futuro, prevede una crescita esponenziale della loro quantità numerica. Un disimpegno (nobile) mitiga un onesto compromesso. Forse.

Tra fotoromanzi (“Falling in Love”, “Stanley & Iris”), divertissement (“Brazil”, “Angel Heart”, “Non siamo angeli”) déjà-vu (“Gli intoccabili”, “Casino”) e regie (“A Bronx Tale”, “The Good Shepherd”) hai modo di confrontarti con nuove e vecchie generazioni di colleghi.

Jane Fonda, Kevin Costner, Sean Connery, Uma Thurman, Sylvester Stallone, Sean Penn, Ray Liotta, Bradley CooperMickey Rourke, Demi Moore, Kurt Russel, Wesley Snipes, Robin Williams, Dustin Hoffman, Brad Pitt, Leonardo Di Caprio, Angelina Jolie, Natalie Portman. L’elenco è infinito.

L’aria da figlio di puttana, accentuata dall’età, consente qualsiasi rovescio di medaglia. Missionario, psicopatico, ingegnere romantico, patrigno collerico, investigatore, addirittura Al Capone e il Diavolo.

Titoli non sempre consistenti. Va sottolineato. L’impatto, invece, è assicurato. Basta menzionarli. Oltre ai sopracitati non scherzano “Fuoco assassino”, “The Fan”, “Prima di mezzanotte”, “Risvegli”, “Voglia di ricominciare”, “Cop Land”.

Certo, a sceglierne qualcuno dal mazzo, il remake di “Cape fear” dove tormenti Nick Nolte e Jessica Lange (seducendogli l’adolescente Juliette Lewis) ruba l’occhio.

Anche “Jackie Brown” di Quentin Tarantino con Samuel Jackson (Bridget Fonda chissà non abbia deciso di ritirarsi lì nel parcheggio) (9), “Heat” di Michael Mann (finalmente vis-à-vis col tuo alter ego Alfredo James), “Quei bravi ragazzi” (“Goodfellas”) stanno su un altro livello.

La simpatia di parte relativa alle ultime commedie trascurabili (gli ingrati di memoria corta si lamentano) resta inossidabile. Qualche perla il cinefilo la ricaverà uguale. Un esempio? Il recente ritorno sul ring nei panni di Ray Arcel in Hands of Stone”. Una trasformazione.

Brando, poi, che congedandosi in “The Score” ti costringe a fargli da tramite è quasi Metacinema. Soprattutto se appella Frank Oz “Miss Piggy” per via dei Muppets(10) (11) 

Il TriBeCa fondato in risposta all’11 settembre, i ristoranti, le mogli, le (tante) fidanzate, i figli (ben sei), i nipoti, le polemiche (con Trump vai di sciabola) (12), i pettegolezzi, rimangono curiosità da star system.

A noi che ti vogliamo bene per ciò che rappresenti, seduti sul divano del soggiorno e sulla poltroncina numerata in sala, importa che a breve esca “The Irishman” (guarda caso). Netflix non cambia la sostanza.

Il vecchio Marty (al nono lavoro assieme) ringiovanirà i 75 anni compiuti in questi giorni. La compagnia è da paura. Pare un Dream Team di figurine NBA(13) (14) (15)

Basterà che tu sia lì. Al comando, ovvio. E’ rassicurante per tutti.

“L’attore è costretto a adattarsi alle luci e alla posizione della macchina, mentre dovrebbe essere il contrario. La domanda è sempre la stessa: come fa a sopravvivere? Oggi come oggi la gente che fa film si preoccupa troppo degli aspetti meccanici e tecnici e troppo poco dei sentimenti.” (17)

  

(1) “Tom Waits” di Paolo Sorrentino | D – la Repubblica delle donne 15 Ottobre 2011

(2) Inside the Actors Studio (1998) James Lipton intervista Robert De Niro

(3)  “Remembering the Artist” di Rossana del Forno | Vanity Fair 29 Maggio 2014

(4) “Big Man: Real life & Tall Tales” (Arcana, 2010) – Clarence Simmons & Don Reo

(5) “The Making of Taxi Driver” (Minimum Fax, 2009) – Geoffrey MacNab

(6) “There was a sense of exhilaration about what we had done” (extract from “Schrader on Schrader”) di Kevin Jackson | The Guardian 1 Settembre 2004

(10) “Brando’s trousers – the truth” by Tim Robey | The Telegraph 18 Settembre 2001

(11) “Brando Weighs In on Oz’s Qualifications as Director” by Ann O’Neill | Times 11 Luglio 2001

(12) “Fuck Trump”: De Niro insulta il presidente ai Tony Awards e riceve una standing ovation di Arianna Finos | La Repubblica 11 Giugno 2018

(13) “Tutto quello che sappiamo su The Irishman, l’attesissimo film di Scorsese con De Niro e Pacino” di Pierpaolo Festa | Film.it 24 Gennaio 2018

(14) “The Irishman – Martin Scorsese annuncia la fine delle riprese del film Netflix” di Riccardo Lo Re | Empire Italia 6 Marzo 2018

(17) “Cassavetes on Cassavetes” (Minimum Fax, 2001) – Ray Carney

 

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