Festa del Cinema di Roma 2019

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Piangi Roma, muori amore,
splendi sole da far male.
Ho già fatto le valigie
ma rimango ad aspettare”

C’

è una canzone meravigliosa dei Baustelle di Francesco Bianconi che in una strofa richiama l’Estate Indiana.

Quel periodo autunnale nel quale i nativi americani assaporavano gli scampoli dell’Autunno prima dell’Inverno.

E’ un omaggio dichiarato a Roma e al Cinema. Colonna sonora (premiata col Nastro d’Argento) di un lungometraggio italiano di qualche anno fa.

Mi è venuta in mente durante questi giorni passati nella Capitale e nei dintorni dell’Auditorium Parco della Musica.

Perchè la “Città Eterna” ha un fascino che prescinde dalla cartolina. La sua monumentalità va filtrata coi dettagli.

Altrimenti ti prende allo stomaco. Stordisce.

“Quando a trent’anni sono sceso a Roma, è stata la liberazione. Ho incontrato l’Italia…”. Sembra che Parise scrisse così a Federico Fellini nei primi anni ’70. (1)

La Festa del Cinema è appunto una festa. Informale, però. Arrivata già alla 14ª edizione.

Non ci sono cerimonie e premi ai film. Tranne quello del pubblico vinto da “Santa subito” di Alessandro Piva.

La kermesse ha aperto con “Motherless Brooklyn” di (e con) Edward Norton e ha chiuso con “Tornare” di Cristina Comencini.

I premi alla carriera sono andati a Bill Murray, John Travolta e al Premio Oscar Viola Davis.

Io mi sono goduto in anteprima “La belle époque” di Nicolas Bedos, John Turturro (ri)vestito da Jesus Rolls, i fratelli Dardenne, Casey Affleck, “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” di Mattotti (su dritta di Buzzati) e sua maestà Martin Scorsese in conflitto con la Marvel.

Perdendomi, in seguito, nel foyer della Sala Sinopoli. Guardare negli occhi Vittorio Gassman da Norcia non mi ricapiterà spesso. Nemmeno incontrare Dario Argento e Carlo Verdone nello stesso frame.

“Cecchi Gori. Una famiglia italiana” di Simone Isola e Marco Spagnoli è intenso, particolare, necessario.

Forse per questo mi sarei fermato qui.

Poi la mia sortita ha imbattuto un piccolo (delicato) documentario della sezione “Riflessi”: “I wish I was like you” di Luca Onorati e Francesco Gargamelli, prodotto e distribuito da Luce Cinecittà.

Ne parlerò nel prossimo articolo con una recensione ad hoc. Ringraziando nel frattempo Gabriella Macchiarulo. Per il cuore e la fiducia di avermelo “affidato”.

Con un “Cicerone” quale Marco Dionisi (“fatti fratelli nelle opposte passioni”ho chiuso il cerchio. Girando il Campidoglio, i Fori Imperiali, il Pincio, via Merulana. Come ci fossi nato.

Il ristorante cinese dell’ispettore Giraldi a Trevi ha fatto angolo con la Bocca della Verità al rione Ripa. Facendomi finire sotto casa di Alberto Sordi assieme a Gregory Peck e Tomas Milian.

Aveva ragione Marcello Rubini (“come here” ora e sempre). Roma mi piace moltissimo.

“E’ una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene”. (2)

(1) “I dialoghi del Corriere. Goffredo Parise- Federico Fellini” – 15 ottobre 1972

(2) “La dolce vita” (1960) – Federico Fellini

© Miriam Di Domenico photo – That’s Core/ The Liaison Factory (2019)

 

 

 

 

 

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