Monica Vitti, la Diva della porta accanto

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“Qualcuno mi aveva detto che, se scappi nella direzione giusta, si stancano di rincorrerti e sei libero. Ho tanto corso che mi è rimasto ancora il fiatone.”

M

aria Luisa lo chiamava Michele. Quel Regista lì. La cosiddetta incomunicabilità” accompagnava il tragitto buono per le interviste.

All’inizio aveva resistito persino al suo interesse. Certa di amare il fidanzato architetto che doveva sposare. Ecco perchè a Michelangelo Antonioni non avrebbe “mai perdonato d’averle fatto capire questa cosa terribile, che l’amore finisce”.

Oltremodo per lui non finiva. Spiegava a Oriana Fallaci sul salotto di casa. (1)

Forse, senza il Maestro dell’Accademia, Sergio Tofano, sarebbe rimasta una Ceciarelli qualsiasi. Come si leggeva sulla carta d’identità. La stessa di quel viaggio in treno senza portafogli dove andava a recitare per Joseph Losey, in Inghilterra. (2)

Invece con mezzo cognome bolognese di mamma e un nome di battesimo pescato dentro a un romanzo ci consegnò Monica Vitti. (3)

Diva internazionale conosciuta nel mondo. “Colonnello” del Cinema nazionale. Unica a giocarsela davvero con Gassman, SordiMastroianni,  Tognazzi e Manfredi.

C’è chi sostiene (a ragione) che nonostante la popolarità immensa nessuno l’abbia conosciuta sul serio. (4)

L’inquietudine quando la tieni dentro finisci per restituirla proprio a chi ti ama.

“Michelangelo non doveva dirmi adesso ti spiego chi è questa, perchè per metà ero io”.  L’ha scritto lei. In un’altra biografia. (5) Quindi “l’altra metà era la donna che interpretava”. Che diventava. (6)

La “Trilogia” di quella cosa cosiddetta la consegna subito al mito. “Prima, però, c’è stata la vita”. (7)

La Silvio D’Amico. Franca ValeriNatalia Ginzburg, il doppiaggio a Fellini e a Pasolini. Cosa vuoi che siano i fischi assordanti di Cannes? Li assorbe tutti il Premio della Giuria. Ora c’è un nuovo modo di raccontare l’alienazione della società che avanza. Letteralmente.

Senza usufruire delle scappatoie che la Commedia all’italiana offre.

Gabriele Ferzetti, Alain Delon, Mastroianni, Richard Harris, maschi che non la possono capire. Nemmeno volendo. Nei loro volti, l’uomo si prepara a segnare il passo. Da una distanza che non colmerà più.

Salce apre. Brass osa e le fa l’assist con AlbertoneDime porca che me piase de più.

A intuire una verve che Fausto Saraceni, il produttore, ottimizza a favore di Monicelli. Gli anni ’60 stanno finendo.

“Puttana eri e puttana sei rimasta”. Vincenzo Macaluso mostra la corda. Dei frustrati che hanno perso. E non ci vogliono stare. Assunta Patanè è un crack.

Che fa(rà) staffetta con Adelaide Ciafrocchi, Raffaella Machiavelli, Ninì Tirabusciò, Teresa la ladra e Dea Dani.

Si ride. Un pò amaro. Sguaiato mai.

La voce roca, lo sguardo assai malinconico. Lo stacco di coscia. Sensualità strascicata, esuberante. Da vite disperate che può spiegare solo Paolo Conte. (8)

La pistola ritorna per Jancsó e la delicatezza di Clementi. Mentre l’esercizio di stile di Buñuel si infila negli episodi buoni giusto per la coda dei ’70. A giocare con Dorelli, Proietti, Enrico Maria Salerno, Montesano, Giannini. Addirittura con Edwige FenechChristian De Sica e Abatantuono.

Lo sfizio enorme di portare il romanesco nel Teatro di Eduardo, e prendersi l’Orso d’argento a Berlino mentre ti fa la colonna sonora Francesco De Gregori, chiudono anzitempo una storia pazzesca e semplice assieme.

Come quella della Donna Cannone innamorata che fugge da un piccolo circo. Contro ogni regola. Al principio del ‘900. Pare il “Dramma” di Scola. Vero nella finzione.

Ridendo per non piangere. Al pari dell’assenza che di colpo t’ha sottratto alla gente. Manco fossi Greta Garbo che non non avresti voluto essere.

Chi c’è cresciuto s’è abituato suo malgrado. A perdere quel sorriso. Incastonato nelle tv per trent’anni. Di un campione uscito dalla pista. Le rockstar non tornano a fare il bis. Una che ti piace maledettamente la devi scordare. Perchè l’esistenza non fa sconti.

E tu volevi “esistere”. (9)

Allora noi si prende sotto braccio i cocci. Consapevoli di fragilità raggiunte ce la cantiamo in silenzio.

Sentimenti popolari nati da meccaniche divine, a sentire Battiato. (10)
Infatti sui muri delle città è spuntato “Monica amore nostro”. Spontaneamente. Hai presente un’eco estiva che arriva dai finestrini di un treno di provincia? In bianco e nero. Sottovoce, col caldo.

Sembra quasi di sentirla:

“E con le mani amore, per le mani ti prenderò,
e senza dire parole nel mio cuore ti porterò”. (11)

 

(1) «L’incomunicabilità? L’alienazione? Macché, se sono triste è per la pressione bassa», Corriere della Sera (1963) – Oriana Fallaci

(2) “Sette sottane” (Sperling & Kupfer, 1993) – Monica Vitti / “E siccome lei” (Feltrinelli, 2020) – Eleonora Marangoni

(3) “Chi è Monica Vitti”, Il Giornale (Febbraio 2022)

(4) “Della Vitti non si sa niente”, Rolling Stones (Novembre 2021) – Guia Soncini

(5) “Il letto è una rosa” (Mondadori, 1995) – Monica Vitti 

(6) “E siccome lei” (Feltrinelli, 2020) – Eleonora Marangoni

(7) “La grande bellezza” (2013) – Paolo Sorrentino

(8) “Un gelato al limon” (1979) – Paolo Conte

(9) “Monica Vitti”, Enciclopedia delle Donne – Delia Demarco

(10) “E ti vengo a cercare” (1988) – Franco Battiato

(11) “La donna cannone” (1983) – Francesco De Gregori

 

 

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