Mine vaganti

by

 

 

“E di che parla questo libro che non ti vogliono pubblicare?”  – “Parla di due persone che non stanno più insieme. Una soffre e l’altra no, però forse quello che racconta veramente è che non bisogna aver paura di lasciare, perché tutto quello che conta non ci lascia mai, anche quando non vogliamo.”

Mine vaganti
(di Ferzan Özpetek, Ita 2010)
**

T

ommaso, facendosi serio, risponde così alla domanda di Alba. Lei ha gli occhi tristi delle ragazze diventate donne. Non hanno avuto risposte dagli uomini, dagli anni, da loro stesse.

Lui invece, nonostante l’età, dietro al sorriso timido ma sfacciato, ha già capito che “la strada s’è mangiata gli anni e gli anni hanno mangiato il cuore” (si, è Capossela dal Vangelo secondo John Fante).

Una volta mi hanno chiesto se Ozpetek può essere considerato cinema d’autore. Non ho saputo rispondere. I suoi dieci film li ho visti tutti, alcuni mi son piaciuti come questo “Mine vaganti” (distribuito in 25 paesi nel mondo e premiato al Tribeca di Robert De Niro a New York) °, altri meno.

Eppure c’è un lirismo che lascia di rado indifferente. Commedie nelle quali spesso fa capolino la morte, dolorosa staffetta per chi continua a esserci, esorcizzata solo dalla voglia di vivere.

Sarà pure turco il regista, però l’Italia la racconta meglio di chi c’è nato. Coglie le sfumature e la sostanza: il senso di famiglia, la memoria, i dialetti, i luoghi comuni non sempre comuni, le debolezze, l’importanza del gruppo, la solidarietà degli amici.

Questa storia ambientata tra Gallipoli e Lecce, apre con un antefatto tragico e lontano.

Era già successo con “La finestra di fronte”. Un intenso Massimo Girotti lì, e qui una splendida Ilaria Occhini (David di Donatello per la migliore attrice non protagonista).

Mostri sacri dunque. Spesi a reggere le fila con discrezione, con disincanto non rassegnato. Quello dei vecchi che hanno vissuto tante giornate uguali. L’importanza data a momenti diventati indelebili, ha una spiegazione.

Ai giorni nostri è diverso. Sono frenetici. La carne a cuocere è tanta, troppa. Il rischio che bruci, resti cruda, senza nemmeno sentire il sapore del rimpianto, è alto.

Nel frattempo vallo a dire a tuo padre (Ennio Fantastichini, la sua interpretazione straordinaria vale l’altro David del cast) uomo di sani principi con l’amante fissa, che sei “gay, omosessuale, finocchio, frocio (pausa), ricchione”.

E vaglielo dire ora che tuo fratello maggiore t’ha rubato l’idea con l’outing (adesso si dice così), interrompendo le barzellette di cattivo gusto a tavola. Dopo trent’anni passati a nascondersi non ce la fa più, dice.

Certo dall’esterno viene da ridere. Ma viverlo è un altro fatto in un paese emancipato a chiacchiere, che manifesta mezza giornata all’anno e il giorno dopo ti prende per culo.

Nel frattempo è uscita in mezzo una svitata. Meno male: t’incuriosisce. Riga la macchina dell’ex ragazzo, risale sullo spiderino, cambia le scarpe e se ne va.

Almeno distrae dai pensieri, dalle parole che non riesci a esprimere, dalle bugie dette ai tuoi e al ragazzo lasciato nella capitale.

E vorresti scrivere per mestiere… Forse era meglio laurearsi sul serio in economia. Manco ti pubblicano mentre il pastificio a Corigliano d’Otranto necessita di una guida.

Quello dove la nonna, femmina con la F, aiutava a confezionare chiedendosi chi l’avrebbe mangiata quella pasta toccata con le mani.

Lei non è tua madre. Non è il tipo di donna che si tiene le corna soffrendo in silenzio. Non è nemmeno tua zia. Una che per fare l’amore, la notte ha bisogno di gridare ai ladri.

Lei non deve sacrificare nulla per l’apparenza delle belle famiglie italiane. Quelle in cui “i bambini sono torturati finché non dicono la prima bugia, la volontà è spezzata dalla repressione, la libertà è assassinata dall’egoismo”. Aveva ragione Marlon Brando in un cult di cui la gente rammenta appena il titolo. °°

Ha ragione Antonio (un profondo Alessandro Preziosi, sfruttato ancora niente dal grande schermo) a sostenere che cominciano i parenti a toglierci la dignità, riducendoci a licenziare l’amore di chi ci ama.

“Gli amori impossibili non finiscono mai, sono quelli che durano per sempre”, “Tutti questi anni non ho mai cessato di amarlo, è stata una cosa bella ma insopportabile”.

Parole. Dette dalla stessa protagonista.

Chissà non sia la malinconia di ciò che poteva essere a rendere tutto più struggente ancora. Sarebbe meglio prenderla a ridere come quando parla Salvatore (ho già scritto che stravedo per Massimiliano Gallo?) però la leggerezza degli amici di Roma non si compra.

Allora bisogna fondere la nostalgia dei sentimenti, l’esistenza che ci porta a spasso. In questa vita che certe volte pare un sogno e altre un incubo.

La primavera è in fondo più vicina di quanto si creda. Lo dice anche l’avvolgente canzone di Sezen Aksum, che chiude la narrazione, facendo ballare stretti passato e presente. Festa e lutto in unico finale.

Chi lo sa se questi luoghi avranno memoria di me. Se le statue, le facciate delle chiese, si ricorderanno il mio nome. Se le strade conserveranno il rumore dei miei passi.” 

I giorni che verranno, il futuro, non valgono nulla. Se non volgi lo sguardo al passato sarai sempre un uomo senza destino.

 

 

°° Ozpetek premiato al Tribeca (Ansa)

°° “Marlon Brando” di Claver Salizzato

No Comments Yet.

What do you think?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.