Mare fuori e dentro Napoli

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“La camorra è il mestiere del futuro, è roba per i giovani.”

 

Q

uando al Cinema uscì “Scugnizzi”, trentatré anni fa, fu un successo. Diventò persino un Musical. Conteneva l’oleografia (e i buoni sentimenti) degli anni ’80. Rappresentando lo sguardo di chi vede Napoli dall’esterno. La frase pronunciata da Nicola Di Pinto nel film di Nanni Loy, del resto, somigliava a una previsione grottesca e verosimile. (1) Le paranze dei bambini erano vicine. Anche la canzone principale del lungometraggio, scritta da Claudio Mattone, s’intitolava “Carcere ‘e mare”. I giovani protagonisti erano “Cazzillo”, “Aglietiello”, “‘O Nonno”. Non stupisce, adesso, riascoltare i nomi di “Perucchio”, “‘O Piecoro” e “Chiattillo”. Persino il flashback, che riassume l’antefatto dell’adolescente recluso, torna utile quale espediente narrativo.

Eppure al Cinema quell’idea di Città di mare con abitanti (re)legata allo “schizzo”, alla cadenza partenopea accentuata, sembrava superata. Grazie alla Nouvelle Vague dei Teatri Uniti. Innescata da Antonio Capuano, consolidata con Martone e consacrata su Paolo Sorrentino. Il sottobosco di Sceneggiati ammiccanti, Fiction “telefonate”, Soap Opera di mestiere, ha proseguito in parallelo. Accettando una popolarità “familiare”contenuta. Lontana dal clamore esagerato. Poi, nell’ultimo decennio, sono arrivati dalle parti del Vesuvio (non a caso da Roma) i Manetti Bros. Assieme alle produzioni di Sky. Dirette da Registi quasi esclusivamente capitolini. Come Sollima, Giovannesi (Autore di rara sensibilità) e Francesca Comencini. (2) (3) 

“Song ‘e Napule”, la serie di “Gomorra”, la messe di David e Nastri per “Ammore e malavita”, hanno inaugurato una simultanea pletora “new vintage”. Di cartolina e fotografia rivisitata. Tramite fotoromanzi accattivanti, echi da “Poliziottesco” d’antan, Sceneggiate pop e Neomeolodico sdoganato.

La Musica, in primis, ha intercettato il momento. Con la “Trap”. Sottogenenere monofonico per antonomasia. L’Auto-Tune di Liberato è la “sentenza” certificata da Spotify. Nonostante il dialetto improbabile, ma di grandissima presa. Dentro e fuori i confini campani. I video di Francesco Lettieri hanno contribuito all’exploit. L’immaginario apparecchiato soprattutto a favore di chi non t’aspetti. Il Tempio di Serapide a Bacoli, lo Stadio “San Paolo”, i Murales di Maradona nei Quartieri “off”. Il Lungomare Caracciolo transennato, la “Gaiola” a Posillipo. La Base navale della Marina Militare al Molo San Vincenzo di via Acton. Sono i nuovi scenari pagani partenopei.

Allora chiedo a Carmine Recano un metro per valutare “Mare fuori”. Il Serial italiano, attualmente fenomeno di culto. L’orgoglio (che già tiene di suo) negli occhi s’accende. «Non giudicare la serie come faresti con le altre»Mi dice. Aggiungendo in napoletano stretto: «”Gomorra” è n’ata cosa»Una storia diversa, intende.  Allude al fatto che questo è un racconto comunque televisivo. Destinato ai ragazzi. Che parla di futuro e speranza. Ha dovuto leggere il copione per crederci. Altrimenti non l’avrebbe interpretato “Massimo”.

Gaetano Daniele, Produttore e Organizzatore Generale, sottolinea il pregio tecnico avviato fin dall’inizio. «La qualità paga. Dalla prima stagione c’è stato un grande valore produttivo. Unito a un’ottima selezione del Cast, operata da Marita D’Elia». Sarà che siamo amici, gli credo sulla parola. Me lo ricordo bene, in piena pandemia, il suo “trasferimento” sul campo a due passi dal Set. È sempre lui a consigliarmi di incontrare Giovanna Sannino. «Se vuoi un punto di vista interessante chiedilo a lei. Faceva attività teatrale coi ragazzi di Nisida, aveva tre pose. In poco tempo s’è saputa prendere il suo spazio»Parla di “Carmela”. La moglie (nella messinscena) di  “Edoardo”.

«”Mare Fuori” rappresenta una finestra sul mondo. Ci permette di riconoscere e raccontare le donne inascoltate che incontriamo quotidianamente tra le strade e i vicoli della nostra Città». È originaria del Vomero. Ha dovuto “studiare” alcune logiche comportamentali che non potevano appartenerle.

«Le figure femminili sono rappresentate in modo concreto, tangibile. Senza inganni, etichette, mezze misure. Carmela è un mare in tempesta. Vittima di un sistema patriarcale. Tenta di ribellarsi. Rompere gli schemi di qualcosa che la soffoca costantemente.

È fondamentale dare voce alle donne difficili. Non accomodanti e angeliche. A cui nessuno tende la mano. Mai state protagoniste di una storia. Sto facendo un viaggio incredibile negli abissi dell’anima femminile».

Stai a vedere che devo ascoltare, alla lettera, il consiglio del “Comandante”.

Una punta di diffidenza la (man)tengo ugualmente. Non mi convince l’isteria giovanilistica. “I ragazzi del muretto”, che torna ciclicamente, ci sta. Lo raccontava Amedeo Letizia che la sapeva lunga di televisione e malavita vera. (4) Evito di soffermarmi sulle musiche barocche, condite da cori e nenie ridondanti. I momenti apicali, si sa, su Rai 1 vanno assimilati alla stregua dei sottotitoli social. Stucchevoli quanto alcuni tormentoni verbali. O gli inevitabili cliché visivi, rimasticati a staffetta (lo sputo nel bicchiere, lo sfregio scatologico, il ragù di molosso, la gergalità pretestuosa). La Crescentini e Raiz, sempre bravi, rifanno loro stessi. I protagonisti, tutti bellocci, sono assai maturi rispetto all’età prevista dal copione. Infine, il gioco delle coppie esasperato.

Giudizio negativo, quindi? No. Sostanza ce n’è. Si sedimenta. Rimane lì. Col filtro giusto addirittura educa coscienze in prospettiva. Esorta all’emancipazione, all’integrazione. Rifiuta il machismo, avverte la pericolosità degli autolesionismi. Mette a pensare, insomma. Il “College” di maschi e femmine è abbastanza naïf e ruffiano. Però è “scortato” da molti Attori autentici. In taluni casi, “scoperte” sincere: Pia Lanciotti e Antonio De Matteo, ad esempio.

Antonio d’Aquino, detto “Milos”, con una chiacchiera mi offre uno spaccato sovversivo. «Il mio personaggio porta con sé un messaggio di libertà, coraggio, riscatto. La potenza di “Mare Fuori” sta in questo piccolo particolare: da voce a tante persone che restano in silenzio. In un angolo senza considerazione.  Attraverso questo giovane ragazzo gli spettatori possono osservare il tema dell’amore universale. Avere la consapevolezza che non esistono tabù, amori da nascondere, di cui vergognarsi»

Chissà se questo ventiquatrenne dagli occhi profondi ha mai visto “Mery per sempre”. L’educatore era Michele Placido. I “ragazzi fuori” li capeggiava Claudio Amendola. Il titolo lo dava proprio la battuta del detenuto trans. Che il “coming out” lo fa a partire dall’onomastico. (5) In fondo, pensandoci, siamo nei pressi di “Fiore”. Il soggetto di Filippo Gravino con Daphne Scoccia pare un prequel moderno. (6) Il pubblico ha bisogno di archetipi. Novità mai troppo nuove. Sembra un ossimoro. La realtà stranisce. Franco Ricciardi cantava a un’altra latitudine: «’A verità. Comm’è brutta. Nun a voglio sentere». (7)

Ora Saviano sul “Corriere della Sera” scrive di “regole sempre piu violente dei ragazzi” Titti Marrone da “Il Mattino” riflette sul “male oscuro tra emergenza e cartolina”. L’ennesimo fatto di cronaca finito in tragedia a Mergellina urge riflessioni. Assassini e vittime hanno diciotto anni. Francesco Prisco su “Il Sole 24” suggerisce “la rielaborazione di vecchi luoghi comuni, mistificazione a uso di chi ai piedi del Vesuvio al massimo viene a farci un weekend, assaggia la sua fetta di esotismo e se ne va”. (8) (9) (10) 

Luciano De Crescenzo in “Cosi parlo Bellavista”,  affresco/elogio del “Post Marottismo”, chiede a al “Boss” Nunzio Gallo (papà di Gianfranco e Massimiliano) se “tutto sommato non fanno una vita di merda”. Non regge mica “l’alibi morale dei disoccupati che si muoiono di fame”. (11) Forse con la stessa, grave, leggerezza s’intravede in queste narrazioni un cambiamento. Se passa il messaggio di non nascondere le fragilità stiamo a buon punto. Il servizio pubblico, le piattaforme “viste in 190 paesi”finiscono veramente per servire. Più o meno consapevolmente. Non conta l’intenzione. Basta la resa. Il loop della Radio l’ha capito in anticipo su Netflix e RaiPlay(12)

“Quest’inverno sembra già finito
Domani non è troppo tardi se m’aspetti fuori”. (13)

  • Questo articolo è stato pubblicato sul Magazine “InItaly” (n° 01 /Autunno 2023)

(1) “Scugnizzi” (1989) – Nanni Loy
(2) “Song’ e Napule” (2014) / “Amore e malavita” (2017) . Manetti Bros.
(3) “Gomorra” (2014-2021) – Sollima, Comencini, Cupellini, Giovannesi, D’Amore, Rosati, Visco

(4) “Nato a Casal di Principe” (2012, Minimum Fax) – Amedeo Letizia, Paola Zanuttini
(5) “Mery per sempre (1989) – Marco Risi
(6) “Fiore” (2016) – Claudio Giovannesi
(7) “‘A verità” (2013) – Franco Ricciardi
(8)
 ““Morire a Napoli, senza un perchè” (Corriere della Sera, 2023) – Roberto Saviano
(9) “Il male oscuro della città tra emergenza e cartolina” (Il Mattino, 2023) – Titti Marrone

(10) “Da Spalletti a «Mare fuori»: e se fosse davvero l’anno di Napoli?” (Il Sole 24, 2023) – Francesco Prisco

(11) “Così parlò Bellavista” (1984) – Luciano De Crescenzo
(12) “Il sol dell’avvenire” (2023) – Nanni Moretti
(13) “Ddoje mane” (2020) – Raiz, Stefano Lentini

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